Cosmo padre della patria stipendiò quarantacinque scrivani onde provvedere la sua biblioteca. Lorenzo magnifico scriveva: — Quando l’anima mia è stanca d’affari, e gli orecchi assordati dal cittadin clamore, non mi vi saprei rassegnare se non cercassi refrigerio nelle lettere, pace nella filosofia». Federico duca d’Urbino teneva a Firenze e altrove da trenta a quaranta amanuensi, e spese in copie meglio di trentamila ducati; e oltre la Bibbia che ancor si ammira nella Vaticana, «ebbe altri libri assai (dice il Vespasiano), belli in superlativo grado, coperti di chermisi, forniti d’ariento, miniati elegantissimamente, e tutti iscritti in carta di cavretto; nè tra quelli n’era niuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato».

Tutti i signori raccolgono i profughi di Grecia, gli incorano a cercare e tradur libri, assistono alle lezioni loro. Nicolò Acciajuoli, ito da Firenze a Napoli mercatando, trovò grazia presso la principessa di Taranto, che gli diede stato e cavalleria e ad educare il suo figlio Luigi; presso il quale conservossi in grazia, fu fatto siniscalco, e al mutar degli eventi tornato ricchissimo in patria, vi sfoggiò in modo che i Fiorentini se ne adombrarono quasi volesse farsene dominatore, e stanziarono ch’e’ non potesse ottenervi alcuna magistratura. Egli allora sfogò la sua ambizione col mettersi protettore di dotti, quali Zanobio Strada, Francesco Nelli, il Boccaccio. Il qual ultimo volle poi seco a Napoli quando tornò, ma lo teneva a miseria, sebbene l’esortasse continuo a scrivere le sue gesta. Alla magnifica Certosa da lui eretta presso Firenze aggiunse un palazzo a foggia di castello, ove cinquanta giovani doveano esser educati, con biblioteca d’opere rare; disposizione rimasta priva d’effetto. Palla Strozzi, cittadino ricchissimo e potentissimo in Firenze, dove ristabilì l’Università, ebbe in casa Tommaso da Sarzana dappoi papa, chiamò Manuele Crisolara, «mandò in Grecia per infiniti volumi, tutti alle sue spese; la Cosmografia di Tolomeo colla pittura fece venire infino da Costantinopoli; le Vite di Plutarco, le opere di Platone, e infiniti libri degli altri. La Politica di Aristotele non era in Italia, se messer Palla non l’avesse fatta venir lui da Costantinopoli; e quando messer Lionardo la tradusse, ebbe la copia di messer Palla»[146]. Esigliato il 1434, ebbe a sè «con bonissimo salario Giovanni Argiropulo, a fine che gli leggesse più libri greci, di che lui aveva desiderio di udire. Da un altro greco prendea lezioni straordinarie, e traduceva san Giovanni Crisostomo».

Nicolò Niccoli vendette alcune possessioni per aver libri, che poi mise a comodo del pubblico, e fece fabbricare la libreria di Santo Spirito con banche per tenervi quei che erano appartenuti al Boccaccio; ottocento codici lasciò, stimati seimila fiorini. Bartolomeo Valori gli studj d’umanità «non tralasciò mai del tutto, ancorchè occupato nelle cure domestiche e mercantili, ed implicato negli affari pubblici; se non quando in età matura pervenuto, quel tempo che potè tutto nella sacra Scrittura andò consumando, con partecipare i suoi studj con i teologi di quell’età suoi domestici»[147]. Bernardo Rucellaj, che nelle nozze colla figlia di Pietro de’ Medici spese trentasettemila fiorini, sorresse l’accademia Platonica dopo mancato il magnifico Lorenzo; e fattasi una splendida abitazione con giardini ornati di monumenti antichi, vi tenea adunanze di dotti, che resero rinominati gli Orti oricellarj. Branda Castiglione milanese, gran canonista, e uno de’ migliori ornamenti de’ concilij di Firenze e di Costanza, fatto cardinale, patrocinò munificamente le lettere, pose un collegio a Castiglione con ricca biblioteca aperta a chiunque amasse le lettere, ai quali facea far opere e distribuiva benefizj.

Nè più solo da lizze e da armeggiamenti si prendeva diletto e festa. Quando il dottissimo patrizio veneto Lodovico Foscarini nel 1451 andò podestà a Venezia, Isotta Nogarola sostenne una disputa se dovesse attribuirsi la prima colpa a Adamo o ad Eva. Durante il concilio di Ferrara, Ugo de’ Benzi senese, «tenuto ne’ suoi tempi principe de’ medici, invitò seco a desinare tutti que’ filosofi greci che erano venuti a Ferrara; e dopo il splendido apparato venuto al fine a poco a poco, pian piano cominciò a tirargli piacevolmente in disputa, sendo già presente il marchese Nicolò, e tutti i filosofi che si trovavano in quel concilio. Addusse in mezzo tutti i luoghi de la filosofia, sopra quali par che fieramente contendino e sieno tra loro discordanti Platone ed Aristotele, e disse ch’egli voleva difendere quella parte che oppugnerebbero i Greci, seguissero Platone o vero Aristotele. Non ricusando la contesa i Greci, durò molte ore la disputa; al fine avendo Ugo padrone del convito fatto tacere i Greci ad un ad uno con l’argomentazione e con la copia del dire, fu manifesto a tutti che i Latini, come già avevano superato i Greci con la gloria de l’armi, così nell’età nostra e di lettere e d’ogni specie di dottrina andavano a tutti innanzi»[148].

A Firenze il 1441 fu annunziata, per cura di Lorenzo De’ Medici e di Leon Battista Alberti, una gara pubblica di letterati, dove ciascuno leggerebbe qualche suo componimento intorno alla vera amicizia, e il migliore otterrebbe una corona d’argento in forma d’alloro. In Santa Maria del Fiore, magnificamente parata e coll’intervento delle autorità e di gran popolo, lessero lor composizioni Francesco Alberti, Antonio Alli, Mariotto Davanzati, Francesco Malecarni, Benedetto Aretino, Michele da Gigante, Leonardo Dati, applauditi come si suol essere in tali circostanze: ma i segretarj di papa Eugenio, ai quali per onoranza erasi rimesso il decidere, dichiararono che erano tutte belle quasi del pari, e si trassero d’impaccio col decretare la corona alla Chiesa[149]. Poi esso Lorenzo volle rinnovare dopo dodici secoli la festa di Platone, che si celebrava ai tempi di Plotino e Porfirio; e Firenze e Careggi seguitarono per più anni a festeggiare lo scolaro di Socrate.

Anche fuori venivano cercati i nostri; e Gregorio di Tiferno, allievo del Crisolara, nel 1458 ridestava gli studj classici nell’Università di Parigi; nella quale professarono Tranquillo Andronico, Fausto Andreini, Beroaldo, Balbi, Cornelio Vitelli, forse altri.

Conseguenza della stima allora profusa ai letterati fu l’affidare ad essi l’educazione de’ principi, lasciata in prima a guerrieri e a dame. Il Guarino allevò Lionello d’Este; tre figliuoli e una figlia di Francesco Gonzaga di Mantova Vittorino da Feltre, collocato perciò in un’abitazione da principe, con giardini, appartamenti sontuosi, pitture, giuochi, sicchè a ragione chiamavasi la Giojosa. Vittorino però non la pensava come certi odierni pedagoghi, che deva esser gaja ed agevole l’educazione, mentre avvia ad una vita di triboli; sicchè poco a poco fece sparire le delizie, e l’effeminata magnificenza ridusse a parca severità. Eppure mostravasi padre affettuoso ancor più che abile maestro; a lui accorreasi di Francia, di Germania, di Grecia, e vi si trovava ogni mezzo di istruirsi nelle scienze e nelle arti belle, avendo intorno a sè raccolto maestri d’ogni bel sapere. Da’ suoi scolari pretendeva esatta esposizione; col che avviò alla lettura corretta. Nulla pubblicò, e, mirabil cosa tra que’ dotti iracondi, non si trova chi di lui sparlasse. Francesco Prendilacqua suo discepolo ne scrisse un’elegante vita, conseguendo il più bell’effetto, quello di far amare il suo eroe.

Maffeo Vegio, che ebbe la baldanza di fare seicento versi di supplemento all’Eneide, nel trattato dell’educazione[150] diede buoni consigli ai maestri, deducendoli non solo dagli etnici, ma anche dai santi Padri; bene espose le virtù e i vizj de’ giovani; e all’educazione delle fanciulle applicò molti esempj, tratti da santa Monica madre di sant’Agostino.

È strano che principi, futuri reggitori di popoli, s’affidassero a gente ignara di governo, e sol capace per avventura di formare il prete o l’avvocato. Ma il vezzo si perpetuò: e mentre gli antichi insegnavano nelle scuole la storia e le idee della propria nazione, e lo studiar le straniere fu curiosità o erudizione di pochi; nelle moderne, al contrario, i figli si addestrarono in lingua diversa dalla materna, e leggi e società estranee alla loro propria, onde i sentimenti attinti dalla scuola discordarono da quelli che doveano avere nel mondo.

Molti poetarono latino, fra cui Zanobio Strada fiorentino, che n’ebbe corona dall’imperatore, e del quale non ci rimangono che cinque poveri versi. Il Petrarca loda moltissimi come degni d’alloro; anzi del lor soverchio numero si lagna, «contagio che penetrò fin entro la corte romana, ove giureconsulti e medici non badano ad Esculapio e a Giustiniano, non a litiganti e infermi, ma a Virgilio ed Omero; agricoltori, falegnami, muratori gettano gli stromenti delle arti loro per trattenersi con Apollo e colle Muse. Temo d’avere col mio esempio contribuito a tale farnetico». Battista Mantovano, onorato di statua accanto a Virgilio, al quale Erasmo nol credeva inferiore, oggi chi lo ricorda? Migliore è Giovian Pontano, preside dell’accademia di Napoli, rimasta la più illustre al cadere della romana e della fiorentina: e di fama più estesa Angelo da Montepulciano, col nome di Poliziano. Raccolto giovinetto (1491) da Lorenzo Medici che ne indovinò l’ingegno, a ventinove anni professò greca e latina eloquenza, sapeva d’ebraico, ed ebbe ogni sorta di onori e d’insulti dagli emuli. Le sue Miscellanee, raccolta di cento osservazioni di grammatica, d’allusioni, di costumi sopra autori latini, erano reputate capolavoro, e gloria l’esservi menzionato, come ingiuria il restarne dimentico. Tratta egli que’ soggetti con solida e variata amenità, ben rara agli eruditi, e con purezza superiore ai precedenti, sentendo al vivo le bellezze romane, ben descrivendo, a gran proposito adoperando i classici, comunque ridondi nelle descrizioni, abusi dei diminutivi e degli arcaismi, e inciampi in improprietà[151]. Meglio meritò col trasfondere i modi de’ classici nella poesia italiana, siccome il Boccaccio avea fatto nella prosa, richiamandola all’eleganza.