Anche gl’ingegni migliori, a forza di pensar latino, si erano domati alla servitù dell’imitazione; e come in quello si ricalcavano Virgilio e Cicerone, così nell’italiano il Petrarca e il Boccaccio (Dante fu dimenticato), e si cominciarono dispute eterne intorno alla lingua, derivandone l’autorità da questo autore, anzichè ricorrere alla parlata. Ma tristo effetto di quella idolatria per gli antichi era stato il disprezzo per la lingua italiana, abbandonata col titolo di vulgare. «Mi ricordo io (dice Benedetto Varchi) quando ero giovinetto, che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli, e i maestri a’ discepoli, era che eglino, nè per bene nè per male, non leggesseno cose vulgare (per dirlo barbaramente come loro): e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella grammatica mio precettore, uomo di duri e rozzi ma santissimi e buoni costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di Bernardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida, e poco mancò che non ci cacciasse dalla scuola».

Ne venne di conseguenza un gergo affettato insieme e rozzo, di barbarismi vulgari mescolati a latinismi eruditi, senza sapore di legamenti, senza scelta di frasi, senza nerbo di sintassi, ma contorto e rabberciato, tutto toppe e rappezzi, simile a quello che poi s’imitò per ischerzo, e si chiamò maccheronico e fidenziano. Chiunque abbia letto qualche libro d’allora, potette averne un saggio; e se non basti qualche passo da noi citato, e singolarmente la lettera del Poliziano (pag. 300), soggiungeremo che il vescovo di Vercelli, il presidente del consiglio, il capitano di Sant’Agata, ambasciadori del duca di Savoja, scrivevano al duca di Milano nel 1484: — La Excellenza del nostro signor duca a recevuto una lettera vostra, della quale el tenore et contenu est che Lojis et Passin de Vimercà hano tractà et conspirà de privare el signor Lodovico vostro degnissimo barba dello governo ecc.»[152]. Frà Jacopo Filippo da Bergamo, autore d’una storia generale col titolo di Supplementum Chronicorum, stampato quattro volte in quel secolo e più altre dappoi, e lodato per rare notizie, scriveva al cardinale Ippolito d’Este nel 1498: — Questi itaque anni passati, havendo me tua Excellenzia mandato a donare una bella mulla per mio usare, la acceptay cum gratiarum actione, et poy statim cognosce me ancora gagliardo di posser caminare a’ piedi, gela remanday. Ma di presente siendo molto invecchiato, et appresso a li settanta anni di etade, non possendo quasi più caminare, cum una indubitata fede me voglio ricorrere a la plentissima vostra signoria, come quella a suo devotissimo oratore gli piaqua donarli una qualche honesta chavalchatura; et questo prima per amore di Dio, et per riconoscimento di tante mie fatiche, che hoe pigliato in ornare tutta la illustrissima casa vostra etc....». E frà Francesco Colonna, autore d’un eruditissimo e lascivo romanzo, Hipnerotomachia Poliphili, ubi humana omnia nonnisi somnium esse docet, finge d’essersi in sogno ritrovato «in una quieta e silente piaggia, di culto diserta, d’indi poscia disaveduto con grande timore intrò in una invia et opaca silva»; e così descrive l’aurora: «Phoebo in quel hora manando, che la fronte di Matula Leucothea candidava, fora già dell’oceane onde, le volubili rote sospese non dimostrava, ma sedulo cum gli sui volucri caballi Pyroo primo et Eoo alquanto apparendo, ad dipingere le lycophe quadrige morava». E di questo tenore prosegue tutto il dottissimo volume.

Se però decadeva l’italiano letterario, il popolare acquistava dovizia e destrezza, e felicemente l’adoprarono alcuni Fiorentini, come Matteo Palmieri nel dignitoso e sobrio trattato della Vita civile; Feo Belcari, che con cara semplicità stese la Vita di Giovanni Colombini e varie poesie divote[153] e rappresentazioni sceniche; e Agnolo Pandolfini, nel Governo della famiglia[154], dialogo di persone reali intorno a reali soggetti e ai bisogni quotidiani, con precetti d’economia e di morale alla mano di tutti, ed esposti con purissima proprietà, vero modello di simil genere di comporre. Alla stessa fonte attinsero Luigi Pulci, il Poliziano, Lorenzo Medici, che saluteremo quali precursori dell’aureo Cinquecento. Esso Lorenzo a diciassette anni s’incontrò con Federico d’Aragona, figlio del re di Napoli, e domandato da questo sui migliori poeti italiani, di propria mano gliene trascrisse molti, insieme con alcune proprie composizioni. Di poi si facea capo delle mascherate che uscivano il carnevale, con sempre nuove invenzioni e addobbi; induceva i poeti a compor canzoni per quelle, e ne componeva egli stesso; e scendeva sulla piazza a menar la danza, a intonar l’aria, ad accordare gli strumenti, facendo arte di governo la letizia d’un popolo ch’era alla vigilia di troppe sventure.

CAPITOLO CXXII. Scienziati. I libri. La stampa.

Carlo IV mandò al Petrarca un diploma, ove Giulio Cesare e Nerone assolvevano l’Austria dalla dipendenza imperiale; ed esso il dichiarò impostura. Scoperta di minimo merito, se allora non fosse stato straordinario il dubitare di cosa scritta; e al Petrarca va lode d’avere usato la critica, quantunque spesso in fallo, sovra di opere attribuite ad autori falsi, o di cui scambiavansi il tempo e il nome. Egli avea fatto una raccolta di medaglie, e si lagna che i Romani ignorino le cose proprie, e per vile guadagno distruggano i preziosi avanzi campati dai Barbari; e dell’averli restaurati encomia Cola Rienzi, il quale dallo studio di questi aveva attinto l’ammirazione pel buono stato antico[155]. Anche Guglielmo Pastrengo, grand’amico del Petrarca, ustolava ad anticaglie ed iscrizioni; e il suo Lessico storico, biblioteca generale degli scrittori sacri e profani, per quanto imperfettissimo, attesta molta lettura. Nicolò Niccoli possedeva una serie di medaglie, di cui si valse per accertare l’ortografia di alcune voci.

Che le iscrizioni potessero venire in appoggio alla storia, l’aveano già scorto gli antichi. Il Pizzicolli, detto Ciriaco Anconitano, per incarico di papa Nicola V andò a farne una raccolta per Italia, Grecia, Ungheria, e pei paesi di Levante ancora intatti dai Turchi; nè noi col Poggio e col Decembrio teniamo ch’e’ fosse impostore, bensì che spessissimo s’ingannasse nel giudicare il tempo, l’origine, la destinazione de’ monumenti. Anche l’architetto frà Giocondo da Verona ne raccolse di molte; a Reggio serbasi manoscritta la raccolta di Michele Ferravino con disegni; una ne fece Nicolò Perotto, vescovo di Manfredonia; altri altre di particolari provincie. Girolamo Bologni pel primo v’aggiunse spiegazioni e commenti, talchè la storia presentavasi appoggiata all’erudizione. Con testimonj di questa Bernardo Rucellaj, splendido amico dei letterati, trattò della città di Roma; e Biondo Flavio (-1463), segretario di Eugenio IV, ne illustrò gli edifizj, il governo, le leggi, le cerimonie, la disciplina militare (Romæ instauratæ libri III — Romæ triumphantis libri IX); poi nell’Italia illustrata descrisse le quattordici regioni della penisola: ma era possibile non incappasse in molti errori? Nega che esistesse un vulgare parlato, contemporaneo allo scritto dei classici. Preparava anche una storia d’Italia dalla caduta dell’Impero fino a’ suoi giorni.

De’ magistrati romani discorse Domenico Fiocchi (1497) fiorentino Pomponio Leto calabrese, bastardo dei Sanseverino, cercò monumenti fin in riva al Tanai, e pensava vedere le Indie; ma nel distolse la compagnia de’ valentuomini, dei quali era capo nell’accademia romana. Dilapidata la sua casa in una sollevazione ai tempi di Sisto IV, «lui in giuppetto coi borzacchini e con la canna in mano se n’andò a lamentare co’ superiori» (Infessura), e gli amici a gara il rifornirono d’ogni occorrente. Sino alle lacrime il commoveano i monumenti, e per ammirazione all’antichità pareangli selvaggi i costumi e le credenze presenti, a tal segno che fu creduto empio. Di rimpatto Bonino Mombrizio milanese in due eleganti volumi raccolse vite di santi, tolte da biblioteche e archivj, copiando fin gli errori, e non discernendo le apocrife.

Annio da Viterbo domenicano, per gran virtù e franchezza (1502) fu elevato maestro del sacro palazzo, e odiato da Cesare Borgia che forse il fece avvelenare. Nei trattati Dell’impero de’ Turchi e De’ futuri trionfi de’ Cristiani deduceva dall’Apocalissi speranze per la prossima caduta del nemico della cristianità. Era il tempo che comparivano ad ogni ora nuovi documenti dell’antichità, onde furono accolti con entusiasmo i suoi Antiquitatum variarum volumina XVII. Erano autori antichissimi, atti a chiarire l’origine de’ popoli, quali Beroso caldeo, Fabio Pittore, Mirsilo da Lesbo, Sempronio, Archiloco, Catone, Metastene, Marceto, altri ed altri. Ne tripudiarono gli eruditi, levando a cielo il fortunato Annio; a gara ingemmarono le loro scritture coi bei trovati di esso; e tutte le storie uscite in quel torno ne furono infette. Perocchè que’ frammenti non erano che una finzione, e poco tardarono ad olezzare di falso. Ma era egli ingannatore o ingannato? ancora se ne disputa, nè manca chi li crede di fondo vero, comunque alterato; e il moderato quanto erudito Zeno, esaminando la questione riprodottasi fra il domenicano Mazza che pubblicò l’Apologia di Annio, e il Macedo che la sostenne contro il veronese Sparavieri, trova eccesso da un canto e dall’altro, giudicandolo illuso da quelli che allora speculavano sopra la smania delle scoperte antiche.

Intanto non è a dire quanta confusione ne venisse a tutti gli storici nostri, massimamente municipali, che con intrepidezza risalivano a Noè o almeno alla guerra di Troja, e cercavano tra Fenici e Caldei quel che avevano in casa: i Milanesi seppero che Anglo figlio di Ettore fondò Angleria, e fu stipite de’ Visconti, i quali perciò s’intitolavano conti d’Angéra; i Comaschi ebbero in pronto un Comer figlio di Giafet fondatore della loro città; Cremona un Cremone trojano (vedi Cap. II); Gian Grisostomo Zanchi deduceva il nome così tedesco di Bergamo dalle voci ebraiche Beradin gom mon, cioè inundatorum clypeata civitas, che interpreta Dei Galli regia città. Nè va di miglior passo il Platina nella storia di Mantova; ma in quella dei papi ripudia, congettura, e se non sempre imbrocca, già era assai questo dubitare di asserzioni d’antichi. Abbiamo detto a quali ardimenti si spingesse la critica col Valla (pag. 314).

Conosciuti i modelli classici, migliorato il gusto, si volle che la storia fosse anche bella; e tale fu scritta spesso in latino, talvolta in vulgare. Dei vulgari già parlammo (tom. VII, pag. 332): fra i latini è dei migliori Andrea Silvio Piccolomini, che in quella d’Austria raccontò i fatti della Boemia e di Federico III, nella Cosmografia descrisse l’Europa e l’Asia Minore, ed espose gli avvenimenti dell’Italia dall’anno di sua nascita fino all’ultimo del suo pontificato con vigorosa dicitura e studio dei caratteri e dei costumi. Stamparonsi centoventi anni dopo, sotto il nome di Giovanni Gobellino suo segretario, continuati fino al 1469 da Jacopo degli Ammanati fiorentino, cui esso papa diede il cognome della propria famiglia e il vescovado di Pavia e il cappel rosso.