Antonio Bonfini d’Ascoli, vissuto in Ungheria alla corte di Mattia Corvino e di Vladislao II fino al 1502, lasciò tre decadi della storia di quel paese al modo di Tito Livio, cioè elegante e falsa, pure preziosa dove ogn’altra ne manca. Filippo Bonaccorsi o Callimaco Esperiente toscano, fuggito da Roma al disperdersi dell’accademia, dopo lungo errare fu in Polonia accolto da re Casimiro, che collo storico Giovanni Dlugos l’adoprò per educatore di suo figlio, segretario proprio, e spesso ambasciadore. Scrisse i fasti di re Ladislao V e la battaglia di Varna ove questi era perito; e un opuscolo sulle mosse de’ Veneziani per eccitare Tartari e Persi contro i Turchi.
Aurelio Brandolini, detto Lippo perchè cieco, poeta latino di Firenze, in Ungheria caro a Mattia Corvino, morì a Parma il 1497, lasciando moltissime opere.
Da Tommaso da Pizzano, astrologo bolognese a’ servigi di Carlo V di Francia, nacque Cristina, che bella ed educata alla corte e alle lettere, vide applaudite le prime sue poesie; poi per provvedere alla sua povera vedovanza scrisse d’arte militare, la Mutazione di fortuna, e la vita o piuttosto panegirico di quel re. A fatica oggi può leggersi quel che allora tanto ammirossi: pure associa vivacità poetica con fina ragionevolezza, delicato sentimento con forza.
Le scienze dunque erano uscite affatto dal santuario, e secolarizzate; se la teologia rimaneva sempre la prima, non era più l’unica; e sebbene in essa, fra tanti dissensi ecclesiastici, si moltiplicassero dissertazioni e commenti, nessuno s’accostò alla potenza di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura. Quanti ragionamenti e sofisterie nella quistione de’ Minoriti! In più serie e vitali quistioni ai concilj di Basilea, di Costanza, di Firenze figurarono e nostrali e stranieri, e principali Enea Silvio e il cancelliere Gerson.
A quest’ultimo i Francesi, a Tommaso da Kempis i Tedeschi, i nostri a Giovanni Gersen abate di Vercelli[156], attribuiscono l’Imitazione di Cristo, il libro più famoso del medioevo, e il più letto dopo la Bibbia, e che si disse sarebbe il primo del mondo se questa non esistesse: riprodotto in almeno mille ottocento edizioni, tradotto in ogni lingua, senza che alcuna raggiunga la concisa energia di quel latino, comunque scorretto, e simile alle figure di santi che allora posavansi sui sepolcri, non mosse, eppur belle, e sopratutto soavi. Non prende esso per intermediarj i profeti, i dottori, la Chiesa, ma è un colloquio dell’anima col suo Creatore. Quest’intimità ne forma l’attrattiva; e poichè non v’ha dispute, non sistemi e speculazione, non decisioni particolari, ma impeti dell’anima, nulla d’intrinseco ajuta a riconoscerne l’autore. Tale incertezza non mal gli si addice, scomparendo affatto la personalità perchè rimangano soli il cuore e il sentimento. In tempo di tanto litigare, ivi nessun alito di polemica; al più qualche gemito sull’infelicità de’ tempi, e il consiglio di ripararsene col formarsi una solitudine profonda, dove ascoltare Iddio che parla. E sull’anime invelenite dall’amor della contesa come dovea piovere ristorante quella parola: — Nella croce è salute, è vita, è schermo dai nemici, è infondimento di superna dolcezza; nella croce è vigore alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce sta tutto, tutto è riposto nel morire; nè alla vita e all’interna pace v’è altra via che della croce e della cotidiana mortificazione. Cammina per dove vuoi, cerca checchè tu vuoi; non troverai più alta strada di sopra, nè più sicura di sotto, che quella della croce. Disponi le cose come ti pare e piace, non però troverai altro che da patir qualche cosa. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo ti aspetta: non la puoi cansare dovunque tu corra. Se la porti di buon grado, ella porterà te, e ti scorgerà al termine desiderato, dove sia fine al patire: se forzatamente la porti, ti fai un peso, e viepiù gravi te stesso, e nondimeno ti sarà forza portarla. Se una croce tu getti via, un’altra ne troverai, forse più grave. Non è secondo l’uomo portar la croce ed amarla, castigare il suo corpo e costringerlo in servitù, fuggire gli onori, sostenere di buon grado gli scherni, disprezzare se medesimo e bramare d’essere disprezzato, patire qualsivoglia danno, e nessuna prosperità desiderare. Ma se ti fidi nel Signore, dal cielo ti verrà fortezza, e alla tua signoria saranno soggettati il mondo e la carne»[157]. E l’imitar Cristo è una iniziazione progressiva, per mezzo dell’astinenza, poi dell’ascetismo, della comunicazione, infine dell’unione. Questi successivi passaggi espose l’innominato al popolo, colla lingua del chiostro; e divenne libro popolare quel ch’era ascetico lavoro di monaco.
Nelle scuole aveano per tutto il medioevo contrastato i Realisti, che propendendo all’unità di sostanza, giudicavano mere astrazioni i nomi di genere, specie, individui; contro i Nominalisti, che proclamavano la pluralità della sostanza, ripristinando l’individuazione, il genere, la specie, all’universale non attribuendo altro valore che d’un segno. Dappoi la battaglia erasi ingaggiata e continuava sotto le antiche bandiere d’Aristotele e Platone, del ragionamento e dell’entusiasmo, del sillogismo e dell’ispirazione. Dal 1313 al 16 un frà Paolino minorita diresse a Marin Badoaro duca di Candia un trattato italiano col titolo De recto regimine, dove analizza con semplicità e chiarezza i doveri d’un magistrato; tiene pel governo d’un solo, ma che si circondi di una consulta di savj. Parteggia invece per la repubblica, almeno nei piccoli Stati, Egidio da Roma, educatore di Filippo il Bello e arcivescovo di Bourges; di cui i due primi libri De regimine principum sono una direzione di coscienza pei re, il terzo un trattato di diritto politico, esaminando le varie forme di governo e le leggi civili che vi si riferiscono: nemicissimo della servitù personale, non riconosce regno se non si conformi agli eterni canoni della giustizia.
Accursio rimase tipo de’ glossatori, talchè sopra di lui si concentrarono i biasimi e le lodi. Ma la sua grande compilazione avea posto termine alle spiegazioni orali de’ professori, fin allora usitate; le interpretazioni furono ristrette; i glossatori divennero autorità unica, fino a dirsi che una glossa val più di cento testi. In conseguenza la scienza decadde, e sottentrarono i giuristi scolastici, che alla giurisprudenza applicarono i metodi dialettici; nel che vedemmo illustri Baldo e Bártolo, il quale colla gran pratica del fôro suppliva alla mancanza di storia e di filologia. Tutti i loro seguaci sono prolissi e barbari; onde dagli umanisti erano tenuti per dappoco, perchè conservavano ancora lo stile ispido, l’argomentare scolastico, le affollate citazioni al par de’ teologi: pure alcuni cominciarono a disselvatichire quegli studj, meditar Giustiniano con filologia e storia, e Andrea Alciato fu de’ primi, poi i francesi Budeo e Mulineo, e superiore a tutti il Cujaccio.
Molti ottennero celebrità per consulti legali e per opere o per magistrature sostenute; ma col rinnovarsi della scienza i loro libri non serbarono alcuna importanza, neppur d’erudizione. Chi non lodava allora Paris de Puteo, alessandrino o napoletano, Giovan Antonio Carafa, principe de’ giureconsulti, Matteo degli Afflitti, il più dotto leggista di quanti furono prima o poi, i cui Commenti sopra i feudi non hanno pari, e che raccogliendo le decisioni della curia napoletana, diede origine alla nuova genìa dei Decisionanti? Giovanni d’Andrea bolognese o fiorentino fu in voce del maggior canonista; e le sue figlie Novella e Bettina dettarono anch’esse. Paolo da Liazari, costui scolaro, allevò Giovanni da Legnano, così celebre che alla sua morte si chiusero le botteghe. Andrea d’Isernia fu nominato l’evangelista del diritto feudale, e re Roberto il menò seco onde perorare alla corte d’Avignone i diritti che vantava al trono di Napoli[158]. Gran lume al diritto civile recò pure Francesco Accolti d’Arezzo. Guadagnò moltissimo di sua professione, e sperava anche il cappello cardinalizio, ma Sisto IV gliel ricusò dicendo temeva di sottrarre alle scienze un troppo illustre cultore. Volendo dimostrare ai suoi scolari in Ferrara quanto importi conservare il buon nome, rubò della carne da un macello: subito ne vennero imputati gli studenti, e due in cattiva reputazione furono arrestati e correvano pericolo, quando l’Accolti andò ad accusare se stesso: non si volle credergli, finchè non addusse i testimonj e il motivo.
I canali, le macchine da guerra, i molini ad acqua e a vento, una filatura in Bologna nel 1341 mossa per forza d’acqua ed equivalente all’opera di quattromila filatrici, e i grandi lavori architettonici e idraulici attestano coltivate la geometria e la meccanica. Nel 1455 Gaspare Nadi e Aristotele di Feravante trasportarono la torre della Magione di Bologna colle sue fondamenta, alte ottanta piedi, colla spesa di sole cencinquanta lire; e raddrizzarono il campanile di Cento, che strapiombava più di cinque piedi[159].
Per servizio ora della magia, ora del commercio, le matematiche venivano coltivate dai nostri. Paolo Dagomari, detto Dall’Abaco, pel primo usò la virgola a distinguere in gruppi di tre cifre i numeri troppo lunghi, e introdusse i taccuini. Molti trattati d’algebra o, come dicevano, almacabala, si trovano nelle biblioteche; e il primo messo a stampa fu l’italiano di Luca Pacioli da Borgo Sansepolcro francescano, professore a Milano, che servì di base a tutti i matematici del secolo seguente. «In quest’arte maggiore, detta dal vulgo regola della cosa», arriva all’equazione di secondo grado, non più in là del Fibonacci; se non che la sua osservazione che le regole relative alle radici sorde possono riferirsi alle grandezze incommensurabili pressente l’applicazione dell’algebra alla geometria. Aveva visitato le città commerciali d’Italia, e porge le diverse pratiche dei negozianti, esempj numerosissimi di conti, cambj, arbitramenti, società, e principalmente la tenuta de’ libri in scrittura doppia all’italiana, che tanto tardò ad essere adottata[160].