LUSSO
Poi il lusso crebbe a segno che, avendo la legge Oppia cercato porvi un freno nelle maggiori strettezze della guerra d’Annibale, le donne levarono a rumore la città, correndo senza ritegno e senza pudore a minacciare di non divenir più madri: le donne, che fin il molle Scipione Africano si lagnava di vedere educate da mime e cinedi, a sonare di cetra, a menar danze, e in mal onesti prestigi[286]. Nè il lusso era avvivatore delle arti, come fra un popolo industre, giacchè alimentavasi col rubare ai nemici e smungere i clienti: e sottentrata la cupidigia del guadagno, i senatori costruivano navi con cui fare trasporti.
Conosciuta la Grecia Magna e la propria, arricchirono subitamente delle dovizie d’Antioco, di Perseo, di Corinto, avendo ricevuto in contribuzioni di guerra da censessanta milioni ne’ soli dodici anni fra il ritorno di Scipione a Roma e il fine della guerra d’Antioco; altrettanto in preziosità portate ne’ trionfi; e non minori somme aveansi carpite uffiziali e soldati. Lucio Scipione mostrava in trionfo mille ducentrentuno dente d’elefanti; Flaminio e Fulvio più di cinquecento statue, e scudi d’oro e d’argento, e vasi cesellati; Acilio fin gli abiti d’Antioco; Paolo Emilio un valore di quarantacinque milioni.
RICCHEZZE
A che stentare nell’agricoltura quando così facilmente poteasi arricchire colla guerra e col rubare? Quella dunque si neglesse; e i poveri divennero miseri, mentre gli altri guazzavano nell’opulenza. Più non si sofferse la parsimonia avita; il superfluo sembrò necessario, rustichezza la temperanza; case splendide, banchetti fra suoni e canti, e codazzo di servi, e costose compre d’oggetti di lusso furono l’aspirazione universale. Uno schiavo bello fu pagato più che un fertile campo; più alcuni pesci che un par di bovi: la gola, il sonno, le oziose piume, i profumi, le meretrici e i bardassi sbandivano l’antica morigeratezza. Già si additavano con maraviglia quegli Elj, quel Tuberone che ancor viveano sobrj e pudichi; e avendo esso Tuberone ne’ funerali di Scipione Emiliano apparecchiato il banchetto pubblico in vasi di terra e su tappeti di lana caprina, stomacò il popolo a segno che gli negò la pretura[287].
NEVIO
202 Il campano poeta Gneo Nevio, per contrastare all’aristocrazia ed ai grecizzanti, preferì ai metri jonici usati da Ennio i rozzi versi saturnini, indigeni del Lazio; agli eroi greci nella tragedia surrogava caratteri e vesti nazionali; e bersagliava cotesti superbi Claudj, Metelli, ed altre famiglie potenti, che tenaci del gius patrio, con cui i loro avi dirigevano le famiglie dei clienti e di schiavi, e favorite anche dalla vittoria e da meriti personali, ponevano l’orgoglio al posto della ragione, il diritto eroico al posto dell’equità, impedendo la plebe di attuare l’acquistata eguaglianza. Egli dunque faceva esclamare a’ suoi personaggi:—Soffri, giacchè anche il popolo soffre»; e al popolo:—Cotesti re non ardiranno saettare ciò che io in teatro sanzionai co’ miei applausi. Quanto la tirannia qui soverchia la libertà!» Avendo messo in un verso,—I Metelli nascono consoli in Roma», questi gli risposero sull’egual tono:—I Metelli daranno male a Nevio poeta»[288]. E lo fecero cacciar prigione: ma di là pure bersagliò gli Scipioni; e questi invocarono contro di lui le XII Tavole, che pronunziavano morte contro i libelli infami: i tribuni però s’interposero, e parve bastasse la pubblica esposizione e il bandirlo in Africa. Andandosene, egli compose il proprio epitafio «pien di superbia campana», invitando mortali ed immortali a compiangere che l’originalità italiana fosse con lui perita[289]. Il popolo nol dimenticò, dedicò una porta al nome di esso, e tutti, ancora ai tempi d’Orazio, il sapevano a memoria[290].
ARROGANZA DE’ NOBILI
Re chiamava Nevio que’ magistrati, perchè, connessi fra loro in parentela, opponevano la comune forza e quella dei clienti alla legge ed alla giustizia. Cajo Flaminio console cozzava non solo col senato, ma cogli Dei immortali; sprezzava la maestà dei padri e delle leggi, e gli auspizj divini[291].
La fantasia si compiace di certi tratti di costume eroico, che appajono ancora in questi tempi. Fabio Massimo, accusato dal tribuno, risponde:—Fabio non può essere sospetto a’ suoi cittadini»; ed essendo un suo genero imputato di tradimento, egli si presenta e dice:—Se fosse reo, non sarebbe rimasto mio genero», e basta per farlo assolvere. Emilio Scauro, incolpato d’avere per oro tradito la repubblica, dichiara falsa l’accusa, e basta. Un Metello è fatto reo di concussione, ed il senato storna gli occhi dai registri addotti in prova[292]. Allettano, io dico, la fantasia; ma come doveva stare la plebe colà dove ai nobili valevano siffatte discolpe per farsi indipendenti dalla legge? Scipione Africano ricusò il consolato in vita, ma ritenne sempre un’autorità dittatoria; ed esitando un giorno i questori ad aprire il tesoro perchè le leggi lo vietavano, egli, quantunque privato, tolse le chiavi ed aprì. La statua di lui sorgeva nel santuario di Giove; in Campidoglio quella di Lucio Scipione, con mantello e coturni alla greca[293].