NUOVE DIVINITÀ

L’irruzione delle idee forestiere veniva viepiù funesta a Roma perchè il suo genio pratico la traeva subitamente alle applicazioni. E già nel fôro e sul Campidoglio si adorava con altri riti che i patrj; il latino Saturno venne ammogliato con la greca Rea; il sabino Marte, privato dell’antica sposa Neriena, fu confuso con l’Arete omerico; l’etrusco Giano con Diana, o fu posto accanto allo Zeus dei Greci, benchè gli andasse sempre innanzi nelle invocazioni; agli agricoli e pastorali sottentrò una generazione di Dei guerreschi, fra’ quali primeggiava Remolo. Nel 534 di Roma, il senato decretava si demolissero i tempj degli egizj numi Iside e Serapide; e poichè nessun cittadino l’osava, Emilio Paolo pel primo diè della scure nelle imposte di quelli. Ottant’anni appresso, il pretore Cornelio Ispallo cacciò di Roma e d’Italia i Caldei astrologi e gli adoratori del Giove Sebazio: ma era egli possibile escludere gli Dei dalla città che tutti gli stranieri accoglieva? Nella seconda guerra punica, per avvivare il coraggio, si consultarono i libri Sibillini, e d’ordine di quelli si trasportò dalla Frigia la Madre Idea, fomento di nuove superstizioni fra oscene e spietate.

Queste raddoppiavano ne’ pericoli, e più che mai negli spaventi della guerra cartaginese: un fanciullo di sei mesi gridò Trionfo nel fôro Olitorio; figure di navi rosseggiarono in cielo; il tempio della Speranza venne fulminato; Giunone brandì l’asta; nel Piceno piovvero sassi; altrove scaturì sangue; s’apersero i cieli, i simulacri sudarono, galline mutaronsi in galli, nacquero capre lanose, la luna cozzava col sole, e compariva doppia e tripla.

In Grecia la varietà dei numi e l’introduzione di culti forestieri non faceva che aprire nuove fonti di bello; ma negl’Italiani, portati ad applicare le idee, alterava la vita e la condotta, e porgeva alimento alla ferocia ed alla sensualità. E lascivie e sangue parvero dunque religione; il popolo accorse ai giuochi gladiatorj, recati allora dalla Campania, inebbriandosi allo spettacolo dell’uccisione, e ad eccessi di voluttà proruppe ne’ Baccanali.

BACCANALI

Antico era presso gli Etruschi il culto di Bacco[294], simbolo della vita e della distruzione; e tre dì ogni anno si facevano le iniziazioni, di giorno e da sole donne. Paola Minia, sacerdotessa di Capua, e un sacerdote greco li pervertirono accomunandoli a uomini e donne, e crescendo a cinque per mese le adunanze notturne, ove s’insegnava e praticava il dogma Ciò che piace, lice. Di là segretamente quei riti si erano traforati in Roma; e Tito Sempronio Rutilo propose a suo genero d’iniziarvelo. Costui ne fa cenno ad una sua amasia, la quale gl’insinua il sospetto non sia un’astuzia del suocero per trarlo alla perdizione, onde non rendergli conto dei beni per esso amministrati. Il genero crede, e rifugge presso una zia; questa denunzia il fatto ai consoli, laonde vengono a pubblica notizia que’ misteri. E si diceva che in essi gl’iniziati mescolavansi alla rinfusa nel bujo, indi da furiosi correvano al Tevere, tuffandovi delle fiaccole; chi ricusasse partecipare alle infamie, era ghermito da una macchina e precipitato in cupe voragini. Difficile è sapere quanto il vero fosse alterato dal terror volgare, dall’astuzia signorile, dall’abitudine di giudicare scellerato tutto ciò che è arcano: sappiamo però che la notte si posero scolte, si fecero indagini, settemila iniziati si scopersero nella sola Roma; moltissime donne chiarite ree furono consegnate ai parenti che ne prendessero domestico supplizio; poi di città in città si estese l’indagine, trovandone una folla dappertutto.

Atrocità o nel delitto o nel processo; ed altri se ne moltiplicarono, e in un anno solo censettanta donne furono convinte d’avere avvelenato i mariti per passare a nuovi. Che dirò delle cerimonie onde s’invocava la vittoria o si celebrava, come il sepellire uomini vivi, o scannarli a torme ne’ trionfi?

DEPRAVAMENTO DELL’OPINIONE

In quel tempo la filosofia greca era caduta in mano de’ Sofisti, i quali, per esercizio di argomentazione, sosteneano il vero e il falso, l’identità della virtù e del vizio; Panezio, amico di Scipione Emiliano, sillogizzava che tutto finisce colla morte[295]; Diogene, Critolao, Carneade venivano a spargere il dubbio su tutto, e dipingere la giustizia e la morale come un trovato dei legislatori; Ennio cantava che gli Dei vi sono, ma non si brigano di ciò che gli uomini facciano[296]; nè mancava chi fin il culto verso la patria conculcasse, dicendo che patria è dove si sta bene[297]. Fin d’allora i letterati non gareggiavano di ben dire, ma di dir male, palleggiandosi quelle contumelie, in cui ancora s’imbragano i loro imitatori[298]: Plauto, dopo aperta una commedia coll’elevarsi al cielo dove risiede la giustizia che tutto vede e governa, la chiude colle lodi del tornaconto, esser onore la ricchezza, e sanzione del dovere l’utilità: Lucilio fa che gli Dei Consenti si burlino degli uomini che li chiamano padri, e che Nettuno si trovi imbarazzato da un’argomentazione da cui, dice, Carneade stesso mal saprebbe tirarsi.

Tante esterne guerre e lotte interne erano riuscite a distruggere la classe media che è nerbo degli Stati, e collocare una nobiltà orgogliosa e precocemente depravata sopra una plebaglia scioperata, misera, pretensiva. Que’ ricchi e magistrati che lavoravano di propria mano e attendevano ai campi, divenivano rari ogni dì più; e volgeansi piuttosto ai guadagni, con arte qual si fosse[299].