CATONE CENSORE

Terribile alla novità e all’aristocrazia fu la censura di Marco Porcio Catone. Questo plebeo, 234-143 sagace come dinotava il suo nome ( catus ), coraggioso in atti, eloquente e mordace in parole, di diciassette anni militò contro Annibale; indi abitando in Tusculo sua patria, la mattina girava le città del contorno, facendo gratuitamente da patrocinatore; poi reduce, mettevasi a lavorare i campi co’ suoi schiavi, com’essi ignudo, mangiando con essi, al par di essi bevendo vinello. Pure agli occhi suoi quegli schiavi non erano che bestiame; li comprava, istruiva e rivendeva; e diceva che un buon capocasa dee vendere le carrette vecchie, le vecchie sferre e i vecchi servi. Avea fissato una tassa agli schiavi che volessero abbracciare una schiava; dopo ciascun convito facea frustare quelli che si erano mostri negligenti nel servizio; alimentava fra loro continue dissensioni, per impedire i pericolosi accordi.

Il suo podere stava presso a quello ove Curio Dentato, dopo ottenuti tre trionfi, avea passato gli ultimi anni ripastinando la terra e congegnando macerie; e sulla propria esperienza dettò censessantadue precetti De re rustica, nel tono imperioso d’un padrone a schiavi, senza connessione o varietà, nè anco forbitezza di stile, della quale pure mostravasi geloso nelle altre opere. Abbonda di formole magiche e superstiziose osservazioni. Alla pitagorica, considera i cavoli come una panacea, vieta di dar nulla alle bestie malate per man di donne, regola secondo il numero ternario gl’ingredienti dei rimedj per le giovenche, e pretende guarire le lussazioni con carmi magici[300]. Predicava meraviglioso l’uomo che acquista maggiori beni che non glien’abbiano lasciato i suoi antenati[301]; ed al vero lo riconosciamo nel Carmen de moribus, ove dice:—Potrebbe tornar conto il procacciare lucro dal commercio, se pericoloso non fosse, od esercitare l’usura se fosse onesto. Ma gli avi nostri stanziarono che il ladro pagasse il doppio della somma involata, l’usuriere il quadruplo, mostrando così tenere l’usurajo peggiore del ladro. Quando poi voleano dare a un cittadino l’elogio maggiore, sì lo chiamavano buon agricolo e savio massajo. Il mercadante sottiglia a guadagnar denaro, ma lo stato suo l’espone ad ogni sorta pericoli e calamità. L’agricoltura in quella vece produce uomini robusti ed eccellenti soldati; presenta il vantaggio più onesto e sicuro, nè da altri invidiato; a chi v’attende, non rimane tempo di pensare il male».

E Catone è il modello dell’antica austerità, il flagello della irruente depravazione; il nome suo dinota fin ad oggi proverbialmente un severo incontaminato. Valerio Flacco ammirandone l’austerità, lo chiamò a Roma, dove, spalleggiato dai Fabj, 178 diventò colonnello, questore, console, poi censore insieme coll’antico suo patrono. Ito nella Spagna pretore, congedò gli abbondanzieri dicendo che la guerra nutrirebbe se stessa: in trecento giorni prese quattrocento città o borgate, che all’istess’ora fece tutte smantellare: immenso bottino riportò all’erario, ma nell’atto d’imbarcarsi vendette il proprio cavallo di battaglia onde risparmiare, diceva, al fisco la spesa del tragitto. Aveva fatto tutte le marcie a piedi, recando le proprie armi, con solo uno schiavo che gli portasse quel poco da vivere: ottenne il trionfo, ma non appena deposto il paludamento solenne, andò come semplice colonnello contro Antioco il Grande; e il generale lo abbracciò al cospetto dell’esercito, e confessò dovere a lui solo la vittoria delle Termopile, e lo spedì a recarne la nuova a Roma. Amministrando la provincia di Sardegna, cacciò gli usurieri, e abolì le spese che i sudditi doveano fare per onorare i pretori. Vestiva poveramente, marciava pedestre a capo d’eserciti; nè il pranzo gli costava più di trenta soldi; e diceva che non è mai buon mercato una merce superflua, costasse pure tre quattrini.

Per moda ammiravasi la Grecia? ed egli a vilipenderla; non volle conoscerne la letteratura, e rimbrottava suo figlio di porvi studio; e se più tardi guardò in Tucidide e Demostene, severamente li giudicava; Socrate gli pareva un ciarliere che con novità pericolose turbasse la patria; appuntava Isocrate di lasciar incanutire i discepoli nella scuola, talchè ormai non potevano andar a perorare che agli Elisi: aveva in orrore i medici di quella nazione, dando voce ch’e’ si fossero assunto di tôrre dal mondo tutti i Barbari, compresi i Romani; soprattutto esecrò l’eloquenza loro, massime dopo che udì i sofismi di Carneade.

Non risparmiandola a popolani nè a ricchi,—Come mai (esclamava) salvare una città, dove un pesce si vende più caro d’un bue? O Romani, voi siete simili alle pecore, che tutti insieme vi lasciate menar da persone, cui niuno vorrebbe affidarsi... Se diveniste grandi mercè delle virtù, non volgetevi in peggio: se per l’intemperanza e i vizj, cambiatevi, giacchè per queste vie cresceste abbastanza». Di quei che brigavano per aver cariche,—E’ mi somigliano a persone ignare della strada, che han bisogno del littore che li preceda». E perchè spesso si nominavano a magistrati gli stessi,—Convien dire che le cariche consideriate di ben poca importanza, o troviate ben pochi che le meritino». Vedendo far la corte a re Eumene perchè lo dicevano buono,—Sarà; ma un re è per natura una bestia vorace: e nessun re de’ più vantati pareggia Epaminonda, Pericle, Temistocle, Curio Dentato».

Diceva pure che i savj imparano dai matti più che questi da quelli, giacchè essi evitano gli errori in cui vedono cadere i matti, mentre i matti non imitano i buoni esempj de’ savj. Ingiuriato da un libertino,—Troppo è disuguale la contesa fra te e me; tu odi volentieri le scempiaggini e volentieri le dici; io m’annojo a intenderle, e non uso a dirne». E ad un vecchio vizioso,—La vecchiaja ha tante deformità, che non conviene unirvi anche quella de’ vizj».

«Egli superava (dice Tito Livio) di gran lunga plebei e patrizj, anche delle più illustri famiglie: di sì grand’animo e ingegno fornito, che, in qualunque condizione nato egli fosse, formata avrebbe la propria fortuna. Non vi ha arte veruna nel maneggio de’ pubblici e de’ privati affari che a lui fosse ignota: amministrava con egual senno gli affari della città e que’ della campagna. Altri salgono a sommi onori per lo studio delle leggi, altri per l’eloquenza, altri per la gloria dell’armi: egli ebbe l’ingegno così ad ogni arte adatto, che l’avresti creduto nato unicamente a quella, qualunque fosse, a cui rivolgevasi. Coraggioso nelle battaglie, famoso per illustri vittorie, fu generale supremo: nella pace peritissimo delle leggi, eloquentissimo nell’arringare; e ne rimane tuttora in onore l’eloquenza, consacrata ne’ libri d’ogni argomento da lui composti».

Dei quali Cicerone, giudice molto competente, diceva: «Qual uomo fu egli mai Catone, Dei immortali! Lascio in disparte il cittadino, il senatore, il generale d’eserciti; a questo luogo cerco sol l’oratore. Chi più di lui grave in lodare? chi più ingegnoso ne’ sentimenti? chi più sottile nella disputa e nell’esposizione della causa? Le cencinquanta sue orazioni ridondano di cose e di espressioni magnifiche...; tutte le virtù d’un oratore vi si trovano. Le sue Origini poi, qual bellezza e qual eloquenza non hanno esse? È vero che antiquato n’è lo stile, e incolte alcune parole, chè così allora parlavasi: ma svecchiale, aggiungivi l’armonia, adorna lo stile..., e non troverai chi anteporre a Catone»[302]. Meglio d’ogni lode vale quella sua definizione, che l’oratore è un galantuomo che sa ben parlare. E noteremo questa particolarità che, avendo stesa la storia di Roma fin ad Annibale, tacque i nomi, descrivendo le imprese; quasi temendo che la gloria di Roma dovesse rimanere minorata dalla gloria d’individui[303].

Voi comprendete come accanito dovesse costui combattere le novità romane.—I ladri privati (intonava) arrivano ai ceppi ed alle sferze; i pubblici nuotano nell’oro e nella porpora. Fremete sui mali che l’avvenire ci prepara. Assaporammo le delizie di Grecia e d’Asia; le nostre mani han preso i tesori dei re: padroni di tante ricchezze, a poco andare ne saremo gli schiavi.... Gli antichi in giorno di festa si contentavano di due piatti per desinare. Col recarci le statue di Siracusa, Marcello introdusse fra noi pericolosi nemici: più non odo se non gente che ammira il marmo e lo scalpello di Corinto e d’Atene, cuculiando i nostri numi d’argilla»[304].