Mal soffriva le persone pingui «tutte ventre»; nè quelle dedite alla gola, poco acconciandosi con chi avea più sentimento nel palato che nel cuore. Stando censore, propose leggi suntuarie, con gravi imposizioni sul lusso donnesco, e prescrizione pei conviti; ammonì molti uomini consolari, a molti cavalieri tolse il cavallo, sette senatori fece condannare, tra cui quel Flaminino infamemente crudele coi Galli (pag. 323), ed uno perchè si era lasciato scorgere dalla figlia a baciar la moglie; impedì il trar le acque di pubblico uso ad abbellimento di case e giardini privati, mentre egli raddrizzava strade, purgava cloache, edificava portici e la basilica Porzia. Qual meraviglia se molti malevoli si attirò? e fin quarantaquattro accuse dovette sostenere; ma il popolo lo onorava, e nel tempio della Salute gli pose una statua per avere risarcito la declinante repubblica[305].

CATONE E GLI SCIPIONI

Non si creda però che le massime lo garantissero dalle passioni; esercitò l’usura allora più infamata, la marittima; talvolta s’avvinazzava; in casa teneva tresche con una serva, e ad ottant’anni sposò la figlia d’un suo cliente. Forse non meno del patriotismo aveva parte il livor personale nella sua contrarietà verso gli Scipioni. Fin quando stava questore in Sicilia, avendo accusato l’Africano di soverchia suntuosità e d’imitare troppo i Greci, questi il rimandò dicendo:—Non so che farne d’un questore così appuntino; delle imprese devo io render conto, non delle spese». Catone legossela al dito, e citò gli Scipioni a dar preciso conto delle entrate e spese nella guerra d’Antioco. Si potea dire veramente ch’essi l’avessero condotta a senno e conto proprio, guerreggiando anche dove il popolo non avea decretato, regolando a talento le paci; e chi saprebbe quali somme avessero smunte dall’Asia e dai successori d’Alessandro, impinguati dalle spoglie del mondo?

Scipione Africano, suntuoso in tutto, cinto di poeti, i quali cantavano che dal Levante e dalla palude Meotide non v’era uom pari a lui[306], operava da principe, rifuggendo dall’eguaglianza repubblicana a segno che ai giuochi pubblici fece stabilire posti distinti pei senatori. Questo contrapposto di Catone, sentendosi citato, salì la tribuna, e—Romani, in questo giorno medesimo, auspici gli Dei, vinsi in Africa Annibale e i Cartaginesi. Ascendiamo in Campidoglio a ringraziare i numi, e pregarli vi diano sempre dei capi a me somiglianti». E tutti, popolo, tribuni, giudici, accusatori, il seguirono in Campidoglio con un trionfo ancor più segnalato dei primi, ma dove il vinto non era Annibale, non Siface, bensì la integrità delle leggi repubblicane. E avendo dappoi i tribuni messo in accusa il fratello di lui, esso il tolse loro di mano, e lacerò i registri, dicendo:—Renderò ragione di quattro milioni di sesterzj io, che ne feci entrare nel tesoro ducento milioni, senza conservare per me altro che il titolo d’Africano?»

Qui respira ancora l’eroismo patrizio: ma se alcuni esclamavano contro l’ingratitudine di chiamare in giudizio sì alti personaggi, altri sosteneano che, in buona repubblica, nessuno deve elevarsi di sopra delle leggi; e prevalse la voce popolare, che tende ad uguagliar tutto, fin la vera superiorità del merito, e che perciò sì spesso è tolta per maschera dall’invidia. E poichè s’insisteva nell’accusa, Scipione andò esule volontario a Linterno nella Campania, dove i tribuni nol molestarono, ma neppure lo richiamarono; ed egli eludeva la noja cogli studj, cogli 183 esercizj ginnastici, coll’amicizia di Lelio e del poeta Lucilio[307], e morendo fece scrivere sulla sua tomba:—Ingrata patria, non avrai le mie ossa».

L’inquisizione fu continuata contro suo fratello; e sovra proposta dei tribuni Petilio e Nevio, fiancheggiata da Catone e passata per voto unanime delle trentacinque tribù, si sentenziò che Scipione Asiatico, per fare più larghi patti ad Antioco, ne avea ricevuto seimila libbre d’oro e quattrocentottanta d’argento più di quelle riposte nell’erario; Aulo Ostilio suo legato, ottanta d’oro e quattrocento d’argento; Cajo Furio questore, centrenta d’oro e ducento d’argento. Tanto erano lontani i tempi di Fabrizio e di Cincinnato! La povertà di Scipione, il quale non trovossi in grado di soddisfare la multa, parve argomento di sua incolpabilità; non si soffrì che gli Scipioni andassero nel carcere ov’essi aveano condotto i re stranieri: ma l’aristocrazia era ferita nel cuore; Catone fu inanimato a proseguire le indagini, alle quali chi poteva omai sottrarsi se gli Scipioni avevano soccombuto?

DEPRAVAZIONE

Però quando una repubblica stia in mano d’un corpo qual era il senato romano, poco importa si cambino i personaggi; chè la loro scomparsa è immantinenti da altri riparata. E per verità, come sperare il miglioramento privato, e quel disinteresse che pospone se medesimo alla patria, quando dal pubblico venivano esempj di corruzione; quando a Catone la censoria severità non toglieva di procedere con astuta ed immorale politica; quando la cabala, il raggiro, e subdole astuzie, e aperte violenze calpestavano o eludevano il diritto delle nazioni; quando i censori stessi davano l’esempio della prevaricazione; e Lepido, principe del senato e pontefice massimo, adoprò il denaro pubblico a costruire una diga per preservare i proprj fondi a Terracina; e un messo del senato in Illiria ricevette denaro per fare un ragguaglio favorevole; e un Metello, richiamato di Spagna ove sperava gloria e potenza, disordinò l’esercito; quando si ricusava il governare provincie non ricche, e vendeansi congedi ai soldati; quando i messaggieri in pien senato faceano vanto ai generali d’avere ingannato con finte tregue Perseo; quando alle strida de’ popoli spogliati, venduti, uccisi, il senato si contentava di rispondere che non fu per suo decreto; quando istituito un tribunale permanente ( quæstio perpetua ) onde punire le concussioni, i senatori che lo componevano facevansi indulgenti per denaro ricevuto, per connivenza di corpo; quando generali portavano guerre senza averne ordine, eppure n’ottenevano onori trionfali perchè sostenuti da parentela e da clienti; quando tutto si valutava a denaro, e stima ottenevasi in proporzione dell’avere[308]; quando non si cercava che corrompere per acquistare il diritto di estorcere, estorcere per aver mezzi di corrompere, e il prosperamento della repubblica non guardavasi che come un mezzo d’ingrandire se stessi, e ricompensare i proprj aderenti?

CAPITOLO XVI.

Terza guerra punica.—La Spagna vinta.