Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione del væ victis, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se non l’interesse.
PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINE
Massinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non potea muover guerra senza assenso di Roma, a questa ne portò querela; e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a Perseo, 181 le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine». Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città: il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».
Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie, Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca l’ambizione delle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri, i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad abbattere la libertà.
Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo, da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia, o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà; mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro. Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte, mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va fuori d’Italia, e tratteremo».
TERZA GUERRA PUNICA
Le sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo, che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a Roma decideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per fornire un nuovo esercito.
E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni vecchie, non istabilite le nuove.
Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa, 153 lo istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni, e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila. Roma avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace. Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale 150 Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’ giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»
ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE