149 Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona, e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi alla discrezione de’ Romani, purchè si risparmii la città. Questi, inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica; ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione, proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila armadure compite furono consegnate: ben perdute veramente se non si sapeva usarle all’ultima difesa della patria.

Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati a risparmiare la città; ma in loro lingua civitas significa gli abitanti, non le abitazioni!

Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani; qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade, cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da innumerevoli rematori ( Appiano ), l’accortezza d’Asdrubale e il valore de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.

147 Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo, adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è spedito in Africa; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine, circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città, e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].

CARTAGINE DISTRUTTA

I Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo; 146 e lavorando uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita al loro porto, ed avventano contro dei Romani un’altra flotta, compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio, prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.

De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche, eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.

COMPIANTI SU CARTAGINE

Questo sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità, e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla fortuna[310].

Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia. Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gli Spagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza. Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano 197 coll’esercito suo, cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.