INSURREZIONE DELLA SPAGNA
Si univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti. Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai, portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un cavallo, una spada per ciascuno».
Ogni arma adopravano dunque i Romani contro di loro, e più quelle dove i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia, offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba 151 andò glorioso del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.
Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che quel giorno restò nefasto nel calendario, 188 come quello della battaglia di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco, guerreggiando a lungo nella Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei, 179 e vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città. Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli, spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare il paese.
VIRIATO
Vendicatore de’ compatrioti sorse il lusitano Viriato. Nella pastorizia e nella caccia formatosi eccellente capo di bande, si propose di collegare Lusitani e Celtiberi, 149 onde reggersi a fronte di Roma. Di trionfo in trionfo guidando i suoi, sconfisse cinque pretori, infine circondò il proconsole Fabio Serviliano; e mentre avrebbe potuto passar lui e l’esercito pel filo delle spade, 141 propose pace al solo patto che i Romani, tenendosi la restante Spagna, lui riconoscessero padrone del paese che dominava. Il senato confermò l’accordo, e così Viriato conseguì un regno indipendente a spese della repubblica romana, e avrebbe potuto divenire il Romolo della Spagna, se non che Servilio Cepione console sollecitò i Romani a permettergli di rompere la pace; 140 e senza ragione nè pretesto sperperò il paese, corruppe alcuni, i quali scannarono il valoroso lusitano. Il senato ricusò l’onore del trionfo all’infame Cepione.
ASSEDIO DI NUMANZIA
Cessato con quel gran capitano l’accordo delle due Spagne, la Lusitania si rassegnò al giogo; ma più accannita divenne la resistenza di Numanzia. 143 Questa città aveva ricoverato le reliquie dei fazionieri di Viriato, che sostennero una lotta generosissima, benchè sommassero appena a ottomila guerrieri. Gli stessi formidabili legionarj tremavano al nome dei Numantini, più che a quello di Annibale e di Filopemene. Popilio Lena console fu costretto calar con essi ad accordi, violati poi dal suo successore: Ostilio Mancino 137 da quattromila di essi videsi uccisi trentamila soldati, e preso in mezzo dovette consegnare a discrezione se medesimo e l’esercito. Roma perfidiava i trattati, respingeva gli ambasciadori numantini, e rinnovava le scene sabine, facendo condurre alle porte di Numanzia Mancino incatenato, quasi potesse riversare su lui solo la responsabilità del trattato. I Numantini nol vollero ricevere se non fosse consegnato, secondo i patti, con tutto l’esercito.
Rinfocatasi pertanto la guerra, Emilio Lepido fu per fame ridotto ad allargare l’assedio di Numanzia; Fulvio Flacco e Calpurnio Pisone poco profittarono: onde le tribù di Roma gridarono ad una voce che la piccola città non potrebbe esser doma se non dal vincitore di Cartagine.
134 Scipione Africano Minore fu rieletto console, malgrado la recente legge che il vietava; e non essendogli concesso di levar nuove truppe, armò da cinquecento volontarj a cavallo ch’e’ chiamava lo squadrone de’ suoi amici, e forse cinquemila uomini somministratigli dalle varie città italiche. Con questi, colla fiducia ispiratagli dalle vittorie precedenti, con una disciplina oltremodo severa ed operosa, e colla tattica più raffinata pervenne a circonvallare Numanzia; ricusò la battaglia, provocata in disperate sortite, ricusò ogni patto di dedizione. I Numantini, 133 logorati gli animali e le cose più schife, divoravansi l’un l’altro; da ultimo posero fuoco alla città, e s’uccisero fra loro, sicchè cinquanta soli potè serbarne il vincitore per ornare il trionfo che condusse senza spoglie. La piccola città cadde più gloriosamente che non Cartagine e Corinto; e la memoria della sua resistenza visse in cuore degli Ispani, i quali anche dopo vinti s’accorsero d’avere braccia e petti.