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LIBRO TERZO

CAPITOLO XVII.

Costituzione di Roma repubblicana.

Il piccolo Comune di Roma è dunque ingrandito a segno, da avere sottomessa tutta Italia non solo e le due penisole meridionali, ma molte altre parti dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Donde traeva le forze a tante conquiste, e alle ben maggiori che racconteremo? Dall’assimilarsi sempre nuovi cittadini.

La costituzione di Roma (già tanto il ripetemmo) da principio fu patriarcale, regolata dai seniori delle tre primitive tribù, aventi a capo il re, giudice supremo, sacerdote e capitano. I patrizj tendevano a limitare il potere di lui, egli ad emanciparsi col consentire diritti politici al Comune plebeo; al sollevarsi del quale, l’antica gente patrizia si trovò ridotta a non più che classe privilegiata. Quando Tarquinio Superbo volle esercitare il dominio senza consultare il senato, i patrizj insorsero, ed abolita la monarchia, costituirono un governo aristocratico. La plebe si trovò al fondo dell’oppressura sotto quella che intitolossi liberazione di Bruto: ma in quella irrequieta operosità che, propostosi un fine, non si stanca finchè non l’abbia raggiunto, da prima si riscosse da certi pesi, poi volle alcuni diritti, indi aver parte nell’amministrazione della repubblica. Questo è il senso della lunga lotta fra gli ottimati e la plebe, la quale ottenne magistrati comunali, acquistò vigor di legge alle decisioni prese dal Comune a pluralità di voti, e divenne partecipe di tutte le cariche dello Stato una dopo l’altra; onde uscì una repubblica, dove i veri cittadini erano legalmente più liberi che mai non sieno stati in verun governo.

Al modo che il vulgo nella nobiltà, così gli stranieri penetravano nella città, e per quest’atto appunto Roma si discerne dagli altri Stati antichi, il cui angusto patriotismo respingeva gelosamente ogni elemento straniero. Cartagine, Atene, Sparta rimasero sempre una città, e presto perirono: Roma divenne un gran popolo senza cessare d’esser città, e non solo assorbendo ma assimilando idee, costumanze, persone d’ogni parte, a tutte infondendo la vita, e alla forza del numero accoppiando la forza dell’unità.

PATRIZJ E PLEBEI

La disuguaglianza fra i cittadini è carattere di tutte le società antiche: nè pari diritto godevano quelli che Roma abbracciava. La cittadinanza romana portava alcuni diritti privati o civili ( jus quiritium ), ed alcuni politici ( jus civitatis ). I primi assicuravano il matrimonio colle forme e cogli effetti legali, la podestà patria, il liberamente godere e trasmettere la proprietà, far testamento ed ereditare, oltre la inviolabilità della persona: erano diritti politici il censo e suffragio nelle elezioni e nelle leggi, la capacità a qual si fosse magistratura, l’iniziazione ai riti religiosi, e l’essere coscritto nella legione[311].

Di pieno diritto ( optimo jure cives ) erano i patrizj, discendenti dai primi Quiriti, ovvero aggregati fra essi per merito particolare, o perchè i loro padri avessero sostenuto cariche curuli, com’erano la dittatura, il consolato, la pretura, la censura, la grande edilità. Di tale pienezza di diritto era segno il portar le armi; laonde i giovani restavano in tutela sino all’età in cui solennemente deponeano la pretesta e la bulla, abiti e insegne giovanili, onde assumere la toga. Le donne rimanevano sempre sottoposte al padre o al marito o al tutore.