Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi, per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni, diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie, eletti man mano.
Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte, sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti e le strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie, ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.
TERRITORIO ROMANO
Al momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja, vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia, il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania, i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.
Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro, nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli, invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].
CAPITOLO XVIII.
Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi.
Storici e critici, occupati principalmente della politica, poco avvisano che da questa dipende solo la minor parte del benessere delle popolazioni; e che l’aver pane, indipendenza e giustizia sono i supremi bisogni del popolo, il miglior frutto come la maggiore salvaguardia della libertà. Quanto n’erano soddisfatti gli Italiani sotto quella gloriosa repubblica, in tanta sapienza di leggi?
Troppo ristretto vede chi in Roma avvisa soltanto le anguste combinazioni d’una repubblica militare: mentre porzione delle vicende e dello svolgimento di essa concerne l’intero genere umano, ch’ella si assimilava, e al quale dovea poi dettar leggi, durature più di qualunque impero. Chi sappia tradurre il linguaggio antico in moderno, l’accidentale in perpetuo, non v’incontra soltanto baruffe di patrizj con plebei, siccome si fa nelle scuole, nè l’immortale nimicizia di chi non ha contro chi ha, ma le quistioni oggi più dibattute, come sono la legge elettorale e l’estensione del diritto di suffragio, i provvedimenti sui poveri e sul colonizzare, il governo dei paesi tributarj, la connessione delle amministrazioni locali colla centrale; e come nell’odierna Inghilterra, ad un’aristocrazia patrizia, radicata nei possessi, opporre una timocrazia, poi una democrazia, potente per numero, per opinione, per istituti.
DEI POSSESSI