La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla, ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello, dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata nella primitiva miseria. 108 La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di quelle de’ Gracchi.
LORO LEGGI ABOLITE
Ben dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro, dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri, dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali, non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini. L’oligarchia vi si oppose, e diede il primo esempio di quelle guerre civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma: onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.
FINE DEL TOMO PRIMO
INDICE
LIBRO PRIMO
Capitolo
I.
Dell’Italia e della sua storia
pag.
9
»
II.
Dei primitivi italiani
»
34
»
III.
Gli Etruschi
»
64
»
IV.
Popoli minori
»
103