Per conseguenza propone che un magistrato, il quale abbia colpito alcuno senza giudizio, venga tradotto avanti al popolo: legge diretta contro Ottavio, la quale dava il mal esempio d’azione retroattiva. Vôlto quindi agli interessi generali, propone che niuna condanna capitale valga senza la conferma del popolo; poi ogni mese facciasi una vendita di grano a buon patto, ogni anno una distribuzione di terreni; si disponga a profitto del popolo l’eredità del re Attalo; ai soldati si dia il vestire senza detrarre la paga, e non s’arrolino avanti i diciassette anni, mentre prima i patrizj facendosi iscrivere ancor fanciulli, si assicuravano dell’anzianità per ottenere i gradi: insomma fa a ritaglio accettare la legge del fratello. Le distribuzioni del grano erano necessarie per evitare i tumulti che la fame potea causare; ma introdussero l’idea che il popolo avesse diritto di vivere a spese dello Stato. Chi però avrebbe potuto opporvisi? e quanto non ne ricrescea la popolarità di Gracco! Tanto più che avendo fatto decretare grandiose opere pubbliche, vi dava impiego a migliaja di braccia; fece abbattere i palchi donde i doviziosi guardavano gli spettacoli del circo, acciocchè non rimanesse distinzione dai poveri. Doveva egli talora recedere da una sua rogazione? mostrava piegarvisi per riguardo a Cornelia, madre sua venerata e cara.
Col favore del popolo cresciuto d’ardire, volgesi a politiche innovazioni contro i privilegiati, e propone s’aggiungano nel senato seicento cavalieri: eccessiva domanda, ch’egli avventurò per ottenerne una più moderata, qual era che i giudizj fossero tolti ai senatori[365] e conferiti all’ordine equestre, che così fu reso un corpo politico da equilibrare il senato. Per tal passo gli amministratori delle provincie non si trovavano assicurata l’impunità dalla condiscendenza del senato: ma i nuovi giudici poteano vendere e vendettero la connivenza; e mentre umiliando i grandi credeva istituire una classe media, Cajo non creò che un partito, e come gli rinfacciavano i vecchi patrioti, diede alla repubblica due teste, che presto verrebbero ai morsi. Egli però vantavasi d’aver fitto nel fianco dell’aristocrazia il dardo mortale, compiacevasi d’avere consolidata la costituzione in modo, che il senato colla nobiltà, i cavalieri coi giudizj farebbero argine alle intemperanze della popolaglia.
ROGAZIONI DI CAJO GRACCO
Per sostenere l’opera sua e togliersi ogni limite, chiese agl’Italiani tutti si comunicasse la piena cittadinanza. Voleva egli con ciò amicarsi i Socj latini, perchè cessassero dall’opposizione; e sebbene l’averli il senato sbanditi dalla città, e impedito che a migliaja venissero dal Lazio ai comizj, eludesse la proposta, da quell’ora essi fecero causa coi poveri di Roma contro de’ nobili e del senato.
Colla legge frumentaria affezionatesi le tribù urbane, i cittadini coll’agraria, i cavalieri colla giudiziaria, l’Italia colla lusinga della cittadinanza, tutte le forze della repubblica e della penisola opponeva al senato, che si vide costretto a cedere. Ma la distribuzione dei grani smungeva l’erario; l’affidare i giudizj ai cavalieri spartiva in due la repubblica, e sottoponeva i senatori ai pubblicani; poi ai cavalieri rimaneva il dispetto delle scemate proprietà, e il popolo vedeva mal volentieri che Cajo intendesse accomunare a tutti gl’Italiani i suoi privilegi ed il suffragio.
Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da magistrati, militari, artisti greci, ambasciadori come un re: ma conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna, Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.
I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni, abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.
FINE DI CAJO GRACCO
Con queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo, venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando tornò dalla rifabbricata Cartagine, 121 Gracco trovò che in quei tre mesi la plebe avealo quasi dimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico; il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà, proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote; e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio della Concordia.
La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè, prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi, consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quella perdita, dicendo che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati; e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua coll’iscrizione: Cornelia madre dei Gracchi.