OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONI
La plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio, avea proferito quel verso d’Omero: Così perisca chi opera come lui. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una notte fu trovato morto in casa; egli distruttore dei due terrori di Roma, 128 fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più ostinato aristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più violento, più passionato e criminoso.
E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio, avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo in senato.
CAJO GRACCO
Cajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito, dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto, alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo, risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere e morire pel popolo». 126 Questore in Sardegna, acquistò la stima e la benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza; ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre. Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, e promovere la legge agraria; ma la città di Fregelle, 125 che coll’armi avea voluto acquistare quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.
Ed ecco d’improvviso Cajo ricompare a Roma. 123 I censori lo chiamano in giudizio come disertore, ed egli così favella:—Dodici anni io militai, benchè soli dieci ne esigano le leggi. Sortito questore, stetti oltre due anni presso il mio generale, ancorchè la legge permetta di ritirarsi dopo servito un anno. Vero è ch’essa m’ingiungeva di tornare col mio generale; ma essa suppose che un console nel luogo stesso campeggiasse solamente durante il consolato. Se piacque tenere tre anni in Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva ad un questore il gettar nell’ozio un utile tempo. Me chiamano gl’interessi di tanti infelici che implorano la distribuzione de’ terreni, alla quale io fui deputato. Con quale intento io fossi tenuto sì lungamente discosto dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca agl’Italiani il lamentarsene; voi, censori, abbiate almeno riguardo al modo ond’io mi comportai in un’isola, ove l’avarizia e la dissolutezza corruppero gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito speditovi. Pur un asse io non accettai in dono dagli alleati, nè soffersi che alcuna spesa sostenessero per me. Non ho fatto della mia tenda un luogo di stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani romani: apparecchiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava modestia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entrò: non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota, mentre gli altri tracannarono il vino ond’erano piene le anfore che riportano colme d’argento e d’oro»[364].
POPOLARITÀ DI CAJO GRACCO
Cajo restò assolto ed acclamato dal popolo, che in esso credeva rivedere il suo Tiberio; onde, allorchè egli chiese il tribunato, non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bastò alla folla d’Italiani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il suffragio per acclamazione; e mentre il voler prorogare l’annuale dignità era costato la vita a suo fratello, a lui fu confermata l’anno successivo, 122 a grand’onta de’ patrizj, i quali soleano rimandare d’oggi in domani le proposte de’ tribuni finchè il loro anno spirasse.
Fu sventura che Cajo Gracco non venisse insieme con Tiberio, e che la fine di questo lo sgomentasse dal procedere con sicura risolutezza, e lo facesse astioso contro del senato. Mentre prima l’oratore, arringando nei comizj, volgevasi al senato, egli si piegò verso il popolo; nel che imitato, venne a trasferire in questo l’importanza. Poi, invece di dimenticare, siccom’è necessario a chiunque vuol riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio.—Dove andrò io? dove troverò un asilo? In Campidoglio? ma è lordo ancora del sangue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi troverò una madre inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci perchè aveano insultato il tribuno Genuzio; dannarono nel capo Veturio perchè non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il fôro; e costoro sotto i vostri occhi scannarono Tiberio, ne trascinarono il cadavere nel Tevere, i suoi amici fecero morire senza giudizio: mentre dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale, il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso e lo citasse a suon di tromba, nè prima di ciò veruno votasse; tanto rispetto aveasi alla vita de’ concittadini».
SUOI PROVVEDIMENTI