ROGAZIONE SEMPRONIA

Queste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi. Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche, di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano affettasse il regno.

Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi pure ambigui o inintelligibili[363]; e pareva sovrastasse una nuova confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto la rogazione Sempronia parve aborrita.

FINE DI TIBERIO

Sentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie, compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione, nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.

OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVI

Radunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator della legge; i senatori compajono armati, 133 xbre e cinti di clienti e di schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso co’ suoi fautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere, scontano i brevi ed infausti amori della plebe.

Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati; Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi; Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non cosa utile al popolo».

Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col bastone in pugno si pose a capo di quei che amavano la repubblica, cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?» Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.

Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare, 132 ricorsero al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la mal gradita legge: e Scipione Emiliano, benchè cognato di Gracco, reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.