Lelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’ giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda, o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile: era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città. S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere i titoli e la misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.

Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello; bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.

Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli coltivatori, cioè i soldati.

La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi tanto radicati[362] (l’intendano i novatori), che mettervi la scure non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato, migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio, suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature finchè la legge non sia votata.

Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione. Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero, irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico; ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non deve in prerogativa trascendere il popolo stesso, poichè egli medesimo scassina la potenza, da cui trae sua forza».

DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNO

Già le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza, persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia; ed era recato da un tribuno.

Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio, ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col fratello Cajo.

Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamò erede de’ suoi beni il popolo romano; e questo interpretò che per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così provincia, col nome di Asia, 132 la più bella e più grande porzione dell’Asia Minore.

Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri, onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi: aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare; i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si ristabilisca l’antica provocatio, cioè l’appello dai giudizj al popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.