Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823 uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente; ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma e guasta l’Italia.
Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in Roma furono affidati alla nobiltà, non conoscevano alcun freno nello smungere i liberi e nell’opprimere i servi.
Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione? e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri? Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj, neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.
ORIGINE DEI GRACCHI
Le famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano, e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti figli che generò, soli le rimasero Tiberio, Cajo e Sempronia, e ne formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione, quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.
137 Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna. Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso, splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.
TIBERIO GRACCO
Facendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitori gli accampamenti. Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma; e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.
Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria, sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi, nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero, qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto, e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hanno un covile, e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi. Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica? Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del mondo, e non possedono una zolla».
LEGGE AGRARIA