Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico, della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello, la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati. Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria. Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la virtù. Richiesto da Sempronio Gracco, feci con esso una campagna. In pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo i cinquantanni».

Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna, stentavano nella miseria gli ultimi giorni.

Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili, abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.

A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio, beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque? Portare le inutili braccia a Roma, dove sa che tratto tratto si largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia, per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.

LA POVERAGLIA

Ma ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi, eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.

Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione, di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblica non ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni; nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.

AFFLUENZA A ROMA

Al tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava alla feccia della città, a questa plebaglia nuda e digiuna, a tanti servi introdotti nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a combattere la tirannesca aristocrazia.

Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione temuta e grande, per la speranza di salire fino ai sommi gradi, e disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani, dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma, lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina. L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.