I minuti possessori, ascritti alla quarta e alla quinta classe, alcun guadagno ritraevano dal militare, dall’assistere come patroni ai forestieri od ai plebei che chiedessero giustizia[355]; talora anche ottenevano qualche brano del territorio conquistato. Ma i grandi possessi, sostenuti da capitale abbondante, tendono a dilatarsi, ogni giorno tirano a sè qualche patrimonio modesto, e i nobili, vale a dire quelli entrati nel senato e nelle cariche maggiori, colle arti e coi cavilli della legalità assorbono i piccoli appezzamenti toccati al plebeo. I censori stessi potevano torli a questo, e darli a tenue fitto ai ricchi, che poi, per connivenza d’essi censori, desistevano di pagarne il canone, e ne divenivano proprietarj diretti.
MISERIA DE’ PICCOLI POSSIDENTI
La condizione de’ prischi agricoli era tutt’altro che felice. Una siccità, un turbine potea sperdere il ricolto, e la difficoltà delle comunicazioni rendeva impossibile il supplirvi. La vicinanza alle frontiere esponeva alle correrie de’ nemici: e devastati i campi, perduti i bovi, era forza ricorrere per imprestiti al ricco, le cui terre, più vicine alla città, erano più fruttuose e meglio difese. Il minuto possidente come poteva reggere ai grossi interessi, con cui procurarsi gli stromenti del lavoro? come sopportare la concorrenza delle operazioni in grande, intraprese dai padroni di schiavi? Lasciatosi prima ipotecare, poi oppignorare il possesso, lo spropriato diveniva schiavo del ricco. Molti già erano a tal condizione nel 340 avanti Cristo, quando alcune legioni ammutinate liberarono grandissimo numero di siffatti debitori. Pertanto il territorio romano pigliò presto l’apparenza d’una federazione di principotti; e non è guari si scoprì presso Viterbo l’iscrizione d’un acquedotto, lungo 8776 metri, che traversava soli undici poderi di nove proprietarj.
I piccoli possessori dovevano sulle terre, sulle case, sugli schiavi, sulle bestie, sul bronzo coniato ( res mancipi ) una tassa, variabile ogni lustro: i grandi invece, pei fondi acquistati al modo che dicemmo e senza titolo, non pagavano imposizione, come neppure sui mobili di lusso ( res nec mancipi ) che costituivano la loro principale opulenza. Lautissimi lucri poi trovavansi schiusi dall’appalto delle gabelle, che ogni cinque anni i censori metteano all’incanto. Qui come altrove il delitto grosso otteneva onore, il piccolo infamia; perocchè i pubblicani erano cittadini autorevoli per impieghi e per aderenze, cui gli oppressi non osavano accusare, sfogandosi contro i subappaltatori che operavano per loro conto. Queste insaziabili sanguisughe colle vessazioni raddoppiavano il debito delle provincie, e ne assorbivano le rendite dell’anno successivo colle enormi usure, a moderar le quali tutti i provvedimenti furono o conculcati o elusi.
POTENZA DEI RICCHI
Trarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla ne’ cavalieri, 193 ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.
Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche, dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità, ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte il consolato, e lentavasi quel movimento, per cui l’aristocrazia si risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.
La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte, fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti. La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non col mentire[356].
PLEBE SOFFRENTE
Senz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni, ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie al concedere terreni legittimi. E voi soldati, terror de’ nemici in campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi: strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.