Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.

Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua; nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.

DIVINITÀ

Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte della città, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.

Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.

Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio ( larario ), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’anima uscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi il lare domestico; se per le iniquità è agitata, v’appare come larva, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.

Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasi cardine la linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra detta decumana; e l’intersezione costituiva il tempio.

Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uomini vengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori ( lucumoni ), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.

Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiò sempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.

Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.