Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo (Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale, e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena. Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie, tra cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.
Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere, dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere, Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana. Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere, abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte, l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune, indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio, simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor dominio stettero anche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione etrusca.
Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia: ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.
E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente va il caso per gli Etruschi.
RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI
È insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi, iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere, le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi, e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse, côgli sempre il culto della natura, vuoi nel complesso, vuoi nelle parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura, confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita, bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.
RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI
Gli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme, vecchio di senno, il quale cantò una dottrina, fondamento alla scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vita stabile degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie, il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale; per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini, procelle».
Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi in lieti annunziatori di salute e felicità, e tristi che presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte: volsgræ, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli; remores, la cui apparizione ritardava un’impresa; inhibæ, inebræ, enebræ, che l’arrestavano; arculvæ, arcivæ o arcinæ, che la stornavano. Non si conviene sul senso degli oscines e præpeles: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro ( altera avis ), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto tale scienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].
Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre ( elicere ) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini in fumida, sicca, clara, peremptalia, affectata.....: i pubblici riguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; i privati, a un individuo, valendo per dieci anni al più; i famigliari, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.