Istituzioni italiche.

Chi dice storia d’Italia suol intendere storia romana: ingiustizia, a cui converrebbe riparare volgendo l’interesse sopra il maggior numero de’ vinti, fra’ quali si riscontrano gli elementi durevoli, che sopravvissero alle società conquistatrici, esaurite da’ proprj sforzi. Tentiamo farlo cogli scarsi documenti e coll’analogia.

TESMOFORI

La prima società sono le famiglie; e poichè i legami domestici stringono più tenaci quanto più semplice è un popolo, molte famiglie si conservano unite e d’egual tenore, formando le tribù. I membri d’una tribù lavorano e viaggiano di conserva, si difendono a vicenda, tolgonsi a capo il più vecchio, il più capace, il più esperto di mandre, il più arguto osservatore degli astri e delle stagioni: il qual capo, come savio, proferisce anche i giudizj; come sperimentato, possiede la dottrina; come anziano, rende culto alla divinità; padre, re, giudice, sapiente, pontefice. Quest’è il governo patriarcale, tanto disdicevole a civiltà adulta, quanto comune alle nascenti.

Dove i sensi e l’intelletto prevalgono sopra la riflessione, domina l’eroismo, che è la consacrazione della forza per mezzo del sentimento, e del sentimento per mezzo della forza; e da esso derivano la soggezione e la fede. Avvegnachè, quando tutte le anime ricevono le medesime impressioni, e si guidano a norma di queste, facilmente si persuadono che un uomo faccia movere un popolo intero, o tutto un popolo sia identificato in un uomo, nel quale ravvisino sfolgoranti i concetti e i sentimenti, che oscuri ritrovano in sè. A quell’uno pertanto attribuiscono tutti gli atti d’una generazione o d’un’età: e in tal guisa si formarono que’ caratteri poetici di Giano, di Saturno, di Fauno, che troviamo come uomini-dei al limitare della storia italiana. Il padre Giano, il quale non si connette a veruna genealogia di Dei, tiene del settentrionale, e compare fra genti non ancora stabilite: Saturno ha fisionomia orientale, trova una gente agricola, e forse è simbolo di colonie fenicie, le quali, espulse di Creta, qui approdarono: Fauno personifica la vita pastorale[102].

SOCIETÀ PATRIARCALE

Costoro col nome divino introducevano le religioni, educavano que’ popoli al modo che spesso praticarono i missionarj, cioè trattandoli da fanciulli, non assegnandovi proprietà distinte, ma lavori comuni, comuni banchetti di cibi agresti; il che dai posteri, più inciviliti ma più sofferenti, fu reputato un’età dell’oro. Va fra questi tesmofori anche Italo, il quale stabilì la comunanza de’ beni nel basso della penisola, e addestrò nell’agricoltura, della quale i frutti godeansi in conviti sodalizj, che ancora non erano dismessi all’età d’Aristotele[103]. Per costoro opera, contro la persecuzione dei violenti si piantano asili, sotto la tutela dei numi o di un capotribù. Questi capi divengono patroni; i ricoverati rimangono clienti; e congiunti soggiogano i nemici, riducendoli schiavi.

CIVILTÀ PRIMITIVA

Fin ne’ tempi più civili l’Italia conservò vestigia del primitivo vivere errante[104]; e gli Dei bucolici, le feste e le divisioni dell’anno riferibili a pastorizia ed agricoltura, e il culto del dio Termine, erano rimembranze dell’antico vivere da pastori e da campagnuoli. I Romani in testa a Giove e alle maggiori deità ponevano il modio, misura del grano; e arare e sulcare chiamarono lo scrivere. Perocchè le abitudini agresti, indotte dalla natura del suolo italiano, modificarono la primitiva civiltà di tribù; e questo passaggio fu personificato nel mito di Cerere, dea che dicevasi avere primamente in Sicilia mostrato come coltivare il grano. Essa fu pure avuta come inventrice delle leggi, avvegnachè i popoli, col prendere sedi fisse e campi certi, determinano le idee del tuo e del mio, bisognano di garanzie per conservarlo, di forza ordinata per difenderlo, di giudizj per rivendicarlo, di regole per trasmetterlo, di quel complesso d’ordinamenti che costituisce un reggimento civile.

Come molte famiglie compongono la tribù, molte tribù si aggregano in città e provincie. I varj capitribù non abdicano il loro primato, e per ventilare gli interessi comuni si congregano in assemblee; mentre l’agglomerarsi di diverse tribù introduce varietà di vita e di professioni. Quindi dalla innata eguaglianza di diritti nasce la disuguaglianza di fortune; l’uomo più industrioso o più accorto guadagna meglio, arricchisce, trasmette gli averi suoi a’ figliuoli: di che originano le famiglie illustri, che aspirano a concentrare in sè le ricchezze, la dignità, il potere. Così nasce il governo di molti; un patriziato che amministra i pubblici affari, la distinzione de’ nobili da’ plebei, con un’infinita varietà nel numero e nelle attribuzioni de’ Padri consultati ( senatori ), nel denaro che la tribù mette in comune ( tributo ), ne’ magistrati, nelle relazioni di ciascuna città col proprio territorio, e tra le città, le quali confederandosi formano uno Stato.