Tali press’a poco ne sono oggi pure i limiti, entro i quali nella parte boreale fra l’Alpi e l’Appennino pianeggiano sulla destra del Po la Flaminia, sulla sinistra la Venezia, protraentesi nella penisola dell’Istria; seguono la Lombardia ed a ponente il Piemonte, che si elevano verso le alpi Cozie, Lepontine, Retiche, e verso l’Appennino settentrionale, del cui duplice piovente si disseta la Liguria. Questo bacino del Po, di ben settemila cinquecento miglia quadrate, lenemente declive e a cordonate, vantaggiato di perenni fiumane e laghi deliziosi, offrì alla stirpe di Caino il campo per grandi battaglie che decisero le sorti della nazione e de’ suoi padroni[3]; e all’uomo industre un esercizio d’interminabile solerzia e di assidua vigilanza per domarvi i torrenti e regolare i fiumi, che, impoveriti ma non gelati l’inverno, ogni estate traripano; sicchè basterebbero pochi anni di negligenza perchè le ubertose pascione del Lodigiano e le fiorenti pendici della Tremezzina e del Benàco tornassero ignudi greti e deleteriche paludi, come divennero Baja e Pesto.
Maggiore dovizia di memorie storiche impronta i paesi della media e della bassa Italia: la Toscana fra l’Appennino, il mar Tirreno e il Tevere; il Lazio e la Campania sul mare stesso; poi su questo e sull’Jonio e l’Adriatico e allo scarco degli Appennini l’Umbria, il Piceno, il Sannio, l’Abruzzo, la Lucania, l’Apulia, la Calabria.
LE ISOLE
Quivi l’angusto ma profondo faro di Messina ne disgiunge l’isola di Sicilia, estesa centottanta miglia da levante a ponente, centrentatre da mezzogiorno a tramontana, e cinquecencinquanta di giro. Gli antichi la dissero Trinacria dai tre capi; il Peloro, discosto appena tre miglia dalla latrante Scilla di Calabria; il Pachino o capo Pàssaro, verso la Grecia; il Lilibeo, che settantacinque miglia di mare distaccano dal capo Bon in Africa. Elevantesi a terrazzi, alla cui sommità fuma l’Etna, è divisa nei valli di Démona, Noto, Màzzara; il primo lussureggiante d’alberi e frutti, gli altri di cereali, che aveano meritato il titolo di granajo d’Italia a quell’isola, dove alle scarse pioggie suppliscono profuse rugiade.
Oltre questa, ch’è la maggiore del Mediterraneo, molte isole fanno ghirlanda all’Italia, e primarie quelle di Corsica e Sardegna. In quest’ultima si sublima il Gigantino, e si stendono le late pianure di Ozieri e Campidano, e sopra i vulcani estinti pompeggiano selve d’aranci e limoni, e superbi alberi di ulivi, di melogranati, di pepe, di carrube.
Segue l’arcipelago toscano, ove la tufacea Pianòsa, la calcare Palmajòla, le isole granitose del Giglio e di Montecristo, e le irte Gorgòna e Capraja; e maggiore l’Elba, madre del ferro, le cui roccie cristalline e stratiformi decomponendosi preparano vigoroso nutrimento a lecci, querce, castani, noci non solo, ma agli aloe, al fico opunzio, alla palma dattilifera.
ISOLE
Nell’arcipelago Circeo emergono la trachitica Ponza, Palmarola, Ventotene; nel partenopeo Capri, Prócida, Ischia, che gli Eretrj dovettero abbandonare pei tremuoti e per le eruzioni del terribile Epoméo. E tutte plutoniche sono le isole dell’arcipelago eolio, Salìna, Vulcana, Stròmboli, Villamica, Astica, e maggiore di tutte Lìpari, da cui si tira tutta la pietra pomice. Dall’Adriatico sporgono le isole Diomedee (Trémiti) e le cento su cui sorge Venezia. Alcuno v’aggiunge le otto Égadi, di cui la più vasta è Favignana; le tre Pelagie, in cui Lampedusa; e il gruppo di Calipso, cioè Malta, Gozo, Comìno, che le recenti classificazioni ascriverebbero al mare africano, e che forse sono frammenti d’una grand’isola aderente alla Sicilia.
ETÀ GEOLOGICA
La storia geologica dell’Italia concorda colla generale dei continenti, dallo stato embrionale svolgendosi per forze naturali, operanti in un’infinità di secoli. Il primo comparire della vita coincide colla prima fisionomia de’ suoi terreni: e le reliquie fossili servono alla storia primitiva del globo come le medaglie a quella della società. Già il Boccaccio poneva mente alle conchiglie petrificate dei colli di Certaldo; ma quella che era vaghezza di curiosità, divenne rivelazione d’arcane meraviglie dacchè il Soldani, fin dal 1780 prevenendo le sottilissime indagini di Ehrenberg, in ducentottantotto grani d’una pietra delle colline di Perlascio numerò diecimila e ducenventiquattro nautili e ducentrenta ammoniti, pesanti centottantun grano; il resto frantumi di conchiglie e spine di echini. Appena col microscopio si riconoscono i testacei dei colli di Siena e Volterra e della Lombardia; intantochè iguanodonti si dissotterrano dal cretaceo inferiore degli Abruzzi e del Gran Sasso, ossami di mastodonti, tapiri, daini, rinoceronti, ippopòtami e zanne elefantine nel val d’Arno, massime dal renaccio a Montanino, con frutti oggi maturanti soltanto nella Luigiana, e con bestie della Siberia; enormi rettili sauroidi, impronte di lepidoti e semionoti ed ammoniti appajono fra gli strati di schisto intorno al lago di Como; di pesci fossili sono impastati Pietra Roja nel Napoletano e il monte Bolca nel Veronese; il colle miocenico di Superga è un cimitero di specie perdute; cetacei e lamantini scopronsi in cento luoghi, e caverne rinzeppate d’ossa ferine, ed erti banchi di denti, di cui alcuni fin di venti metri di lunghezza e di uno e mezzo d’ampiezza. La grotta di San Ciro presso Palermo, colma di avanzi fossili, a sessanta metri sopra il mare è traforata e incrostata di serpule e litodomi che vivono solo alla superficie delle acque. Un migliajo di metri sopra il mare ad Ascoli nel Piceno tu incontri potenti strati di marmo tufaceo, il quale non potè formarsi che in fondo a un lago scomparso; e così in cima alla montagnuola di Civitella del Tronto, e alla sorgente del Volturno in Terra di Lavoro.