Su queste reliquie, fra questi accidenti i geologi or creano, or impugnano ipotesi, fra le quali fortunatamente non è obbligato invilupparsi lo storico. Esaminando i fondi calcari coperti di conchiglie siluriane, le effimere terre coperte di intatte foreste nell’età carbonifera, l’avvicendato inondare e ritirarsi del mare, le piante terrestri conservate nel trias nell’epoca giurassica, essi argomentano che i fondi del mare oscillavano di continuo, sicchè talvolta si ebbero mari interni chiusi, tal altra il libero mare portava fin sulle maggiori alture le spugne e i coralli. Poi all’età della creta il fondo dell’Italia si parte in due regioni; a settentrione una formazione littorale di gneis e calcari marnosi, con alghe, conchiglie, puddinghe quali vedonsi nelle Alpi, nelle colline della Brianza e del Varesotto, nell’Appennino settentrionale e nella Toscana; a mezzodì i lidi della Dalmazia, il Capo Gargano, la Sicilia.
ALTERAZIONI GEOLOGICHE
Nè l’Italia era ancora conformata, nè avria potuto resistere agli urti di quelle onde immense; essa appare solo nell’età terziaria, quando in seno al libero mare si formano gli Appennini. Quali cause portarono l’età dei ghiacci? come essi spiegano i nostri laghi, le smisurate morene, i giganteschi trovanti? come comparvero le grandi isole ed ultimo il gigantesco bastione granitico delle Alpi? Avanzavano ancora grandi laghi dolci in quelle che l’uomo (allora non per anche nato) denominò val d’Arno superiore, val d’Elsa, val di Chiana, ed in altre della Toscana, dell’Umbria, dell’Abruzzo, sulle cui rive pascevano quelle strane specie d’animali, di cui perì la razza. Dalle correnti furono dati al terreno italico la configurazione fisica e il rilievo presente a un bel presso; e concentrato il fuoco sotto una crosta di terra sempre più solida, ridotte le acque a comune livello, l’atmosfera si disnebbiò, il suolo venne asciugandosi così, da potere appropriarsi a stanza dell’uomo.
Chi questi fenomeni sgranati saprà con potente sintesi riunire così, che rivelino le rivoluzioni del nostro suolo prima che l’uomo vi venisse a lavorare, soffrire, meritare?
TRADIZIONI MITICHE
Neppure dopo che la parola sonò vi mancarono grandi sovvertimenti, che troviamo talvolta adombrati in favole e tradizioni. Forse quando, rotte le dighe dei Dardanelli e di Calpe (evento fisico, personeggiato nel mito di Ercole), si congiunsero l’Oceano, il Mediterraneo, il mar Nero, l’acqua coperse contrade già fiorenti d’agricoltura e di città al lembo dei nostri monti, dei quali non soprastettero che le vette. Tradizione più recente e il nome di Reggio[4] farebbero indurre che dall’Italia abbiano con improvviso strappo divelta la Sicilia le correnti, favolosamente pericolose nel Faro. Fors’anche le isole Eolie aderivano alla Calabria lungo la costa dal Pizzo al capo Vaticano; e fra i due golfi di Squillace e Sant’Eufemia s’imboccava un canale traverso all’Italia, in modo che restasse isola la Calabria meridionale[5]. Da Camporeale a Monteforte potè fluttuare per quaranta miglia un lago, donde ergevasi la Serra negli Irpini, ed isola era il monte Soratte.
MUTAMENTI POSTERIORI
La mitologica battaglia degli Dei con Tifeo nella Campania e ad Enarime, cioè Ischia; Giove che, minacciato dai Titani, tre ne cava fuori dal suolo, gli altri sobbissa, e ad essi sovrappone i monti di Sicilia, non esprimono l’affondarsi di antiche e l’emergere di nuove montagne? Il piano scabroso che divenne talamo a Roma, fu già seno di mare, colmato da terreno plutonico: marne terziarie, ed arenarie lacustri o marine miste a tufi ignei costituiscono quei colli e i margini de’ laghi di Castel Gandolfo e di Nemi, impozzatisi entro crateri estinti. Altri laghi invece si esaurirono, come quelli di Baccano, di Monterosi, di Capena, d’Aricia, di Castel Savello, e il Regillo presso Frascati, segnalato dall’ultima battaglia del patrizio eroismo romano: il travertino a’ piedi delle montagne di Tivoli non potè esser prodotto che in fondo a un lago, del quale sopravanzano i piccoli dei Tartari e della Solfatara[6].
VULCANI
E d’un vulcano ci pare indubbio simbolo quel Caco, che in Virgilio vomita fuoco[7]. Un cranio rinvenuto in un letto di pozzolana di monte Mario, un gran lenzuolo chiuso nel peperino del monte Albano, un antico ossario sotto alle lave di questo vulcano, testimoniano di mutamenti avvenuti dopo che v’abitava gente consociata. E ben venticinque vulcani tu potresti numerare in doppia tesa da Verona fino all’Etna, i quali ancora si manifestano dove in crateri ignivomi, come a Stròmboli, all’Etna, al Vesuvio, il più attivo d’Europa, dove in soffioni e mufete e borborismi e bulicami, o ci lasciarono di sè testimonianza nella forma del suolo e nelle sovrapposte stratificazioni. Napoli e Cuma, fondate undici secoli avanti Cristo, posano sopra quattro scanni di lava; e convien dire che da lungo tempo tacesse il Vesuvio, se non si dubitò di piantare così vicino ad esso una città. In fatto i Greci, sebbene ne conoscessero la natura, non ne ricordavano alcuna eruzione; eppure Ercolano sorge sopra una lava simile a quella che lo sepellì, e con vestigia di coltivazione. In quella vece ardeva il Voltùre, spingendo lava e ceneri sino al limite orientale degli Irpini; tutta ignea è la vallea del Garigliano; e attorno a Napoli si additano ben ventisette fumajuoli estinti, de’ quali uno a Capodichino, l’altro a Capodimonte, uno a Sant’Elmo e a Pizzofalcone, due al Posílipo, altri a Soccaro, a Pianura, a Fuorigrotta nel monte de’ Camáldoli; i laghi Lucrino, Averno e d’Agnano furono crateri; a dir solo i più manifesti, se ne riscontrano al monte Gauro, a Cuma, al Marmorto, al capo Miseno; Procida aderiva ad Ischia; e il nome de’ Campi Flegrei esprime abbastanza la natura del semicircolo che s’arcua fra Gaeta e il capo di Minerva.