ALTERAZIONI POSTERIORI ALL’UOMO
Poco innanzi al tempo di Plinio era sorta dal mare la Liscabianca, una delle isole liparee; poi nell’età di Tolomeo due altre, Dátoli e Basiluzzo; e mentre a ricordo storico quattro sole se ne contavano, ora quelle isole son dieci; e noi stessi vedemmo, nella secca del Corallo fra Pantellarìa e la città di Sciacca, emergerne una nuova, poi scomparire. Nel 1538 di mezzo al lago Lucrino in pochi giorni si elevò quel che ancora denominiamo Montenuovo.
Nei contorni di Acireale in Sicilia il canonico Recúpero riconobbe sette scanni di lava, alternati con un erto terriccio. L’inglese Brydone, pubblicando nel 1773 quest’osservazione nel Viaggio per la Sicilia e Malta, argomentò che a formare un tal letto vegetale occorrono almeno duemila anni; laonde quella montagna deve contarne quattordicimila. L’asserzione fu raccolta avidamente in un tempo, in cui ogni scienza arrolavasi per isbugiardare il genesi mosaico; ma primieramente chi accerta in quanto tempo il terriccio si formi sopra la lava? arida e nera vediamo tuttora la vomitata dall’Etna nel 1536, mentre su quella del 1636 frondeggiano alberi e vigne; vene di terre coltivate sono frapposte alle sei lave accumulate sopra Ercolano, della cui distruzione conosciam l’anno appunto. Cadeva dunque l’arguzia sillogistica davanti ad una migliore valutazione dei fatti, anche prima che il valoroso naturalista Dolomieu verificasse nessuno strato vegetale interporsi alle lave di Jaci[8].
Consta che a volta a volta ridestaronsi alcuni vulcani; Archippa in età remota andò sommersa nel lago Fúcino; altre irruzioni distrussero nella foresta Ciminia una città, e quella de’ Volsinj, ed una chiamata Sucinio da Ammiano Marcellino, tanto antica che nessuno ne fa ricordo. Era tradizione che Aremulo Silvio re d’Alba (863 a. C.) fosse colla reggia inghiottito da una fauce del monte Albano, e Dionigi d’Alicarnasso aggiunge si notavano ancora nel lago i ruderi del suo palazzo: sotto quel di Bracciano additavano una città sobbissata, di nome ignoto: nè d’altra indole doveva essere la voragine spalancatasi nel fôro romano, entro la quale si precipitò Curzio: Tito Livio trovava riferito negli annali di sassi piovuti a Vejo, sull’Aventino, sul monte Albano, ad Aricia, a Lanuvio. Novantun anno avanti Cristo due montagne a Modena parvero avvicinarsi, e forse allora inabissò la città che giace sotto alla presente; il monte Epomeo divampò in modo, che le mura di Reggio ne ebbero conquasso.
ACQUE
Nuovi cambiamenti portò l’allungarsi dello sbocco dei fiumi. Le paludi Pontine erano mare fino ai monti di Sezze, Sermoneta, Vellétri, ed isola il promontorio Circeo. Le maremme da Pisa fino ad Orbitello, comprendenti il delta dell’Arno e le spianate ove impigrano la Cécina, la Cornia, l’Ombrone, l’Albenga, da pochi secoli furono sottratte al mare: a Rutilio Numaziano nel iv secolo, navigando rasente il lido etrusco, erano visibili gli avanzi di Populonia, or posta troppo addentro ne’ morbiferi pantani di Piombino e Scarlino: e la Tavola Peutingeriana, del secolo iii, fa sboccar l’Ombrone fin presso alla via Aurelia. Sembra il Tirreno flagellasse le mura di Tarquinia, che ora ne dista tre miglia: Luni e Lavenza sedevano sul mare, cui lambiva la via regia, or separatane da un miglio o due. Pisa da Strabone è collocata a tre miglia dal mare, a quattro nel 1173 da Beniamino di Tudela, mentre ora è a sette. Trajano costruì allo sbocco del Tevere il porto, che oggi dista duemila ducento metri dalla riva; e cinquecento cinquantaquattro una torre fabbricata da Alessandro VII sulla marina. Tiensi per dimostrato che l’Arno presso Arezzo si dividesse in due bracci, un de’ quali colava al mare per Firenze e Pisa, l’altro pel val di Chiana confluiva nel Tevere; finchè le alluvioni de’ torrenti tributarj a quella valle, o sollevamenti di terreno separarono i due bacini. Certo il val d’Arno superiore fu un lago, sfogatosi poi per la rotta, che ancora da ciò serba il nome d’Incisa; come di Ripafratta una strozza, che nei colli di Filettole e Castiglioncello squarciarono le acque del Serchio e dell’Ozzeri.
ONDEGGIAMENTI
Anzi sembra che oggi stesso la crosta terrena in molte parti si elevi e si adimi, secondando la marea dell’ignita lava sotterranea. Molte città e regioni ne portano testimonio in edifizj o depressi o rialzati; ma il più bizzarro sono le colonne del tempio di Serapide a Pozzuoli, non solo affondate ora nel mare, sopra il cui flusso posavano, come l’attestano i sottoposti scoli, ma a grande altezza traforate da folladi e terebratule, cui abitudine è di rimanere alla superficie dell’acqua: sicchè fu un tempo in cui anche la loro base sovrastava alle onde, ed uno in cui vi era sommerso lo scapo fin a metà[9]. Tale prova si ripete all’occhio indagatore per tutto il delizioso rivaggio di Baja e Posílipo, e nella roccia calcare di Gaeta e del capo Circeo, convincendo che quelle terre giacquero fin otto metri sotto all’acqua. Ma che? i litofagi stessi nel golfo della Spezia non lasciano traccia al disopra dell’odierno fior d’acqua; prova che l’ondeggiamento non ebbe luogo colà, o nei molti edifizj lungo quella costa, mentre la torre di Santa Liberata a capo Argentaro, certo fondata in asciutto, ora sta sotto al mare; e le paludi mostrano le une avvallamenti, le altre elevazioni di terreno. Qual induzione trarne dunque? che non v’è uniformità nel rigonfiarsi e deprimersi del littorale, ma la crosta è tuttora flessibile, e soggetta a parziali ondeggiamenti.
ONDEGGIAMENTI
Di queste disquisizioni c’imputerà solo chi non conosca quanto i procedimenti d’una nazione, non diremo dipendano, ma si assettino alla natura dei luoghi che occupa. E però seguitando diremo come l’Italia continentale dovette lunga stagione rimanere in balìa del Po e degli altri grossi fiumi, i quali, filando da ghiacciaje alpine, lasciarono l’impronta del loro dominio nella profonda ghiaja alluviale, sottostante alla ubertosa belletta della Lombardia e dell’Emilia; e scarnando i monti, elevarono pianure, colmarono valli e seni, e spinsero molto addentro nel mare le colmate; opera che proseguono tuttora a malgrado dell’arte.