ALTERAZIONI MODERNE
Vuolsi che nella pianura padovana fluttuasse il mare, da cui sporgevano a guisa di spòradi i colli Eugànei, gruppo trachitico isolato fra terreno terziario d’alluvione, e presso ai quali si colloca la caduta di Fetonte, cioè forse una pioggia di materie vulcaniche e d’aeroliti. Il Modenese pure, sospeso sovra acque correnti, dovette formarsi per rialzamento progressivo[10]; e le sue salse eruttano ancora fanghiglia, acqua salmastra e gas idrogene carbonato. L’Adige fin verso il 600 dopo Cristo lambiva i colli Eugànei, per isboccare al porto di Bròndolo. V’è chi sostiene il Po scendesse alla marina cento miglia più addentro d’adesso, talchè, dopo l’imboccatura del Taro ove cessa di voltolar ciottoli, fosse tutto maremma quel delta, che or accomuna in parte anche coll’Adige. La laguna estendevasi da Aquileja fino a Ravenna, ai confini padovani allargandosi ben trenta miglia, di maniera che riceveva tutti i fiumi dal Po all’Isonzo; i quali poi coi loro interrimenti finirono a distinguerla nelle tre di Aquileja, Venezia, Comacchio. Pel ventaglio del Po, sette canali scaricavano questo fiume a mezzogiorno di Ferrara; poi assottigliatisi i due principali di Primàro e Volàno, s’aprì un nuovo corso avvicinandosi all’Adige in modo da minacciare l’esistenza eccezionale di Venezia, se col taglio di Portoviro non gli si fosse schiusa la gran vena del Po grande[11]. Certo de’ terreni, ove il re de’ nostri fiumi liberamente spagliava, or è mutata del tutto la faccia. Il porto di Ravenna, che bastava a ducencinquanta vascelli dell’impero romano, Jornandes, che ne fu vescovo nel vi secolo, lo vedea convertito in giardino; ed ora la città dista quattro chilometri dal mare; venticinque Adria da quello cui diede il nome; e a gran fatica coi colossali murazzi Venezia si schermisce dai fiotti che ostruirebbero i suoi canali.
CONFINI E PASSAGGI
Pochi paesi ebbero da natura frontiere così ben determinate quanto l’Italia, per crescervi una nazione autonoma, dagli stranieri separata pel mare e per le montagne: eppure da quello e da queste le vennero continuamente abitanti, educatori, devastatori, padroni. Polibio, un secolo e mezzo avanti Cristo, indicava quattro passaggi ne’ monti verso la Gallia: uno per le alpi Marittime littorali, aperto vetustamente da Ercole, e dove fu poi tracciata la via Aurelia; uno per le alpi Cozie e la piccola Dora ai Taurini; il terzo pei Salassi di val d’Aosta scandendo il monte di Giove, che ora è il San Bernardo; il quarto pel letto del Ticino. I Romani poi resero accessibili nelle alpi Retiche le vallate del Reno e dell’Adige, e nelle Carniche quelle del Tagliamento e dell’Isonzo; a tacere il littorale adriatico, ove le montagne si chinano fino al mare[12]. Lo svilupparsi delle coste per 5844 chilometri, con tante insenature e con eccellenti porti, e il riuscire poco discosti dal mare anche i paesi dell’interno, rendono l’Italia appropriatissima al commercio, e a divenire potenza marittima. Ma la sua lunghezza di seicento settanta miglia dal Capo Rizzuto fino al monte Bianco, ch’è la più elevata cresta d’Europa, sopra una larghezza che varia da venti sin a trecento miglia; e tanti fiumi e valli che la frastagliano, sembrano disporla a rimanere frazionata in piccoli Stati, quale la sua storia ce la mostra, essendo fin a jeri mancata di quell’unità di governo e di capitale, di cui si compiaciono altre nazioni.
GLI ASPETTI
Di qui pure la portentosa varietà di aspetti, che vi ravvicinano il clima di Costantinopoli a quello della Norvegia, vuoi in estensione, vuoi in elevatezza; sicchè tu raccogli limoni e melagrani nelle ridenti morene che fan piede alle alpi Retiche, sulle cui rapinose vette a pena il camoscio raspa qualche lichene di sotto al gelo perpetuo; di nevi s’incorona il Mongibello, le cui spalle sono sparse di scorie, e alle falde non cessa mai l’estate; come delle Madonìe e del Montisori di Sicilia un fianco biancheggia di neve, l’altro fiorisce di aromatiche rarità. Di qui ancora la moltiforme vegetazione: il cupo verde delle conifere spicca dalla corazza delle ghiacciaje, che il Cenisio, il San Bernardo, la Spluga oppongono ai dardi del sole e all’avidità de’ conquistatori; laghi cristallini, ricreati da freschi orezzi e incorniciati dalla perenne letizia dei mirti e degli allori, foscamente spiccanti dall’argentino ulivo, colla montana severità circostante imitano il contrasto della gaja fanciullezza colla pensosa canizie; a mezzogiorno deserti, ove rosseggia la ruvida soda spinosa; a settentrione fragranti praterie subalpine nutrono api, mandre, pecore; tra filari di gelsi cinesi e di pioppe pinate torreggiano in piano le città lombarde; e in limpidi pelaghetti si specchiano giardini a terrazzo, e poggi festonati di pampani quasi per una solennità, e pergolati che schermiscono dalla canicola e dalle protratte aridità del cielo splendidissimo; l’oro di migliaja d’agrumi rileva sul bruno delle boscaglie nella Campania, nel Genovesato, nella Calabria; boschetti di terebinto, di lentischi ombrano le tane de’ Trogloditi; lance di àgave e spatole di cacti assiepano campi, dove pompeggiano spontanei l’oleandro, il pistacchio, le palme a ventaglio e sublimi canne; le roccie irte di fichi opunzj, e i carrubi, e gli aloe sorgenti fin venti metri, e il castano che fa ombrello a cento cavalli, e i datteri di Catania e di Girgenti avvertono la vicinanza dell’Africa; la sorridente guardatura di Palermo e di Mergellina ti fa trovare veramente, com’è in proverbio, un pezzo di paradiso caduto in terra. E quando d’un’occhiata abbracci Italia e Sicilia, e tante rade e tanti seni, opportunissimi al comunicarsi della civiltà e delle produzioni; e tanta ricchezza di minerali, tanti agi del vivere, tanti vezzi che invitano d’ogni plaga gli invidianti stranieri, i curiosi del bello, i pellegrini dell’intelligenza; e città sepolte sotto i lapilli, o dimentiche fra gli scopeti e le macìe; ed altre già frequentatissime, or da pochi e poveri abitate; e i porti, da ciascuno dei quali uscivano cento navigli, ed ora appena schiusi a qualche barca peschereccia; e misteri dell’arte non meno stupendi di quei della natura; e memorie d’ogni gente che da settentrione e da mezzodì venne a bagnarla col suo sangue e col nostro; e una città eterna, che signoreggiò il mondo prima per la forza, poi per le leggi, indi per la religione: allora ti senti preso di maggiore affetto per un paese di glorie privilegiate e di privilegiate sventure, e che tre volte risuscitato dalle proprie ruine, nell’operoso silenzio rifà le ali della speranza.
LA STORIA
E poichè un popolo tanto più sente la propria dignità quanto è più lungo il tempo a cui dilata la sua storia, diventa un dovere di pietà lo studiar quella degl’Italiani dai primordj fino al presente. E quanti già la raccontarono! eppure senza toglierne la voglia ad altri, avvegnachè ogni età abbia un linguaggio suo proprio, ogni autore un proprio modo di scorgere, di connettere, di valutare i fatti, pur beato chi può dire,—La patria ha inteso il mio!
E noi, quando giovinetti domandavamo ai maestri una storia d’Italia, approvata dai dotti, intelligibile agli indotti, accettata dalla nazione, e non ce la sapevano indicare, un eccelso concetto ci formavamo di questo lavoro di memoria, d’immaginazione, di giudizio, di sentimento; e che a compirla bisognasse raccogliere con erudizione sicura e vagliare con logica sagace le sempre crescenti notizie; le quistioni affrontare con intrepidezza, risolvere con imparzialità; ostinarsi a scoprire, accertare, depurare il vero, volerlo dir tutto, e non dire che quello; evitare i luoghi comuni, pur senza avventarsi nei paradossi, nè sostituire alle osservazioni l’intuizione, alla indagine le divinazioni e i presentimenti, alle particolarità vivificanti le metafisiche generalità; non assegnare a grandi effetti piccole cause, bensì spinger l’occhio nella storia interiore, di cui l’esterna è mero riflesso; non credendola fatale ma neppure fortuita; nello svolgimento de’ fatti cercar quello delle idee, l’eterna realtà sotto alle volubili contingenze; non che disanimarsi a tanto spettacolo di miserie, di bassezze, d’iniquità, a tante esperienze ove al desiderio fallirono le forze o alle forze la perseveranza, riconoscere che la giustizia e il senno di Dio si compiono anche mediante le ingiustizie e gli sbagli degli uomini, e serbar fede a quel progresso cristiano, che, dopo lunghe interferenze, si manifesta in una più giusta economia della società, in una più chiara luce degli intelletti, in una più saggia moralità delle azioni: credevamo infine si dovesse tutto esporre con nettezza, calore, rapidità, atteggiando i personaggi col loro carattere, avvivandoli coll’alito del loro tempo, non coi pregiudizj e i risentimenti del nostro; aspirando a quell’originalità che deriva da verità sentite e volute, espresse senz’arroganza, nella lingua meglio intesa.
LA STORIA D’ITALIA