E ogniqualvolta alcuno si segnalasse nel tormentoso esercizio dello scrivere, noi chiedevamo perchè non tessesse una storia d’Italia, onde preparare alla nazione un altro pegno d’unità e di fiducia; onde emendare la febbrile abitudine del leggere a corsa, del credere o negare senza esame, del ricevere per consenso le immagini e le impressioni, anzichè esercitarvi la propria attività; onde prevenire alcuna delle rovinose temerità, che nascono da incommensurabili pretensioni accoppiate con cortissima esperienza.
Principalmente noi v’incalzavamo quel venerabile nostro amico che fu Cesare Balbo, il quale allora dai casi pubblici e dalle accoglienze fatte ai primi volumi della sua Storia d’Italia trovandosi gittato in uno sconforto, da cui seppe poi bene rialzarsi, ci rispondeva:—In un secolo che, educato sistematicamente nello spirito di parte, impugna la verità conosciuta; l’incontestabile critica storica esinanisce colla contestabile controversia politica; ciò che ha formato per secoli la gloria e la venerazione dell’umanità, sacrifica alla parola convenzionale che ogni giorno gli è suggerita da oracoli d’un giorno; in un paese sprovvisto d’opinione pubblica, cioè di sentimenti comuni alla più parte de’ pensanti; con una letteratura vagabonda, ricca d’orpello, scarsa di bontà e d’amore; con una scienza isolata, lineare, di meri dilettanti; con leggitori pregiudicati, creduli, distratti, la cui pazienza a tutto indiscretamente ingojare infonde la sfacciataggine di tutto dire: dove il sentenziar dei migliori si rimette assurdamente a Tersiti, presuntuosi più quanto meno competenti; dove, allorquando il grido de’ nemici accusa, il silenzio degli amici condanna; dove nessuno coadjuva allo studioso, tutti cospirano a menomargli quella fiducia che è la condizione d’ogni riuscita; tra giovani che al grave e al serio preferiscono i dilettevoli nulla e le ammirate inutilità, o che a vent’anni pronunziano scioperandosi quella bestemmia di Bruto, che appena avrebbe senso dopo un’intera vita d’azione; tra adulti che nulla vogliono dimenticare dell’antico, nulla ammettere del nuovo; tra faziosi inesausti di ciance, il cui applauso si carpisce coll’incensare l’amor proprio, coll’impudenza nella ciurmeria, collo sfoggiare gagliardezza contro i deboli; tra intolleranti che, per liberalità fattisi inquisitori, vogliono guardare con un occhio solo, e mutilano la verità per costringerla entro la loro forma; tra riazionarj d’esagerazione opposta, che vi denunziano agli oppressori come contumaci, agli oppressi come codardi; tra avventati che compromettono, e pusillanimi che rinnegano l’avvenire, perciò aborrenti entrambi dall’esperienza; tra il bombo di passioni che non s’illuminano, d’interessi che non si persuadono, come potrebbe sorgere, come perseverare uno storico? Perocchè, oltre non professare altro culto che della verità, altra passione che della giustizia, è dover suo diffondere luce, benevolenza, abitudine del riflettere; salvare e invigorire il senso comune contro il sofisma e l’utopia, cioè il falso in pratica; difendere l’autorità senza vigliaccheria, la libertà senza sovvertimento, l’ordine senza smentire la generosità e il progresso; e di tutta l’opera sua fare un atto d’educazione morale e politica, un esempio di coraggio civile, e di quella tolleranza che è la cortesia della libertà».
Il calcolare le scabrosità di un’impresa è utile finchè se ne induca la necessità d’adoprarvi tutte le forze; è viltà se scoraggi dall’usarle: e mentre aspettando il grand’uomo e l’opera perfetta molti si consumano in isterili rimpianti, perchè non confortarsi di quel proverbio che Chi fa a potere fa a dovere? E senza reputarsi da più dei precedenti, nè trovatore di fatti nuovi e di non più concinnati sistemi, uno può assumere la storia d’Italia, purchè con buona fede, con volontà perseverante, coll’affetto di chi parla della cosa più caramente diletta, e insieme colla sincerità di chi teme che il dissimulare i mali tolga di conoscere ed applicare i rimedj; simile a chi, presso ad una madre che altri svenò, poi col sangue trattole scrisse È morta, la esplora fra lacrimoso e venerabondo, se mai a qualche guizzo del cuore potesse consolarsi che morta non è.
Da che popolo divenne parola di partito, popolari si dissero lavori impregnati di collera e d’orgoglio, vacillanti di principj, frivoli di concetto, abjetti di forma, chiari forse ma come un ruscello che al fondo lascia vedere il nulla, e dove l’autore si presta complice d’insani pregiudizj e di ridicole pretensioni, anzichè elevarsi a correggere le passioni vulgari, guidare i calcoli, i principj, gli affetti tra l’abuso dell’esame e quello della credenza. Non a questa popolarità aspirano i buoni libri; bensì a comparir decentemente fra intelletti colti, fra donne che si educano per divenire educatrici, fra studiosi che vi trovino lo stillato del senno, della dottrina, della pazienza dei loro pari; fra cittadini che la patria amano da mariti non da vagheggini; fra statisti che sanno la felicità d’un paese non elevarsi solidamente se non fondandola sulle origini sue e sul suo passato.
Dopo di ciò, l’autore abbandona l’opera sua a chi si senta il ruzzo fanciullesco di dilaniarla, o il virile proposito di giovarsene per compirne una migliore. È appuntato d’errori, di dimenticanze? accetta la correzione, ringrazia dell’insegnamento, quand’anche vi manchino quelle forme che gli danno o crescono valore. Trovasi bersagliato dagli estremi opposti perchè, nè minace nè pauroso, rispettando quella degli altri, pretende l’indipendenza del proprio pensiero, e fra due abissi si equilibra soltanto sulla propria coscienza? ascolta a questa che gl’intima «Vien dietro me, e lascia dir la gente»; e alle tribolazioni, che oggi rendono opera espiatoria lo scrivere, si rassegna nel sentirsi sicuro che, se forse ha taciuto cosa che pensava, non disse cosa che non pensasse; certo di errare, ma non di errare apposta; e sovratutto di aver amato e rispettato il proprio tema, e speratone alcun giovamento ai compatrioti che con lui soffrono, lottano, confidano.
E a noi vogliano gl’Italiani perdonare se nei gravi anni ci perigliammo a compiere l’opera, che fu l’esercizio e la mira de’ fiorenti; battendo un sentiero corso da tanti, ma pur con passi nostri. Oh felice quel talento che si guadagna le simpatie, a dispetto della frivola beffa e della sistematica denigrazione! Ma se noi troveremo anche adesso l’affettato frantendere, l’interpretare sinistro, la maliziosa insinuazione, il petulante compatire; se si perseveri ad invidiarci quella benevolenza dei connazionali, che invocammo unici mecenati nella fatica, giudici nelle accuse, conforto nelle speranze, ci rimarrà qual supremo compenso l’esserci procurato questo lungo colloquio col fiore della nazione, con quelli che maturano per un avvenire più ragionevole, più libero, più morale.
Il quale allorchè si schiuderà, sappiano almeno i nostri figliuoli che noi lo vagheggiammo ancora in boccia; e ad inaffiarne il germe portammo una stilla d’acqua che negavamo ai piaceri nostri e all’agevolezza del rimanere in pace coi gagliardi violenti e coi fiacchi stizzosi.
CAPITOLO II.
Dei primitivi Italiani.
ANTICHITÀ DELL’ITALIA