Codesti patrizj, che nelle scuole ci sono dati per modello di disinteresse, agognavano sempre maggior terreno; quelli ch’erano venuti da altri paesi conservavano i possessi nella patria; altri li compravano da liberi impoveriti: tanto che nel 387 di Roma fu già necessaria una prammatica che vietava di possedere oltre cinquecento jugeri. Più si smaniò di avere da che, coi comizj centuriati, il potere politico non si misurò più dalla nobiltà, ma dai possessi; e ad acquistarne non aprivasi altra via che o far guerra o spogliarne il plebeo. Questo in fatti a breve andare si vedeva assorbito dal debito il campo domestico, e più non potea rispondere al creditore che colla persona propria, cioè coll’intera famiglia ( nexus )[181]. «Se scade il termine, come sarà trattato il debitore? citalo in giustizia: se non compare, prendi testimonj, e costringilo: se età o malattia il ritengono, procacciagli un cavallo, non la lettiga. Il ricco garantisca pel ricco; pel povero, chi vuole. Confessato il debito, giudicata la istanza, trenta giorni di proroga; poi si prenda e tragga al giudice. Se non soddisfa, nè alcuno risponde per lui, il creditore se lo conduca, l’attacchi con coreggie o catene, non pesanti più di quindici libbre. Il prigioniero viva del suo, e dategli una libbra di farina o più se volete. Se non s’accomoda, tenetelo in arresto sessanta giorni; e per tre giorni di mercato presentatelo alla giustizia, pubblicando il suo debito. Alla terza pubblicazione, se i creditori sono molti, lo taglino a pezzi, se piace: oppure possono venderlo di là dal Tevere»[182].
I NEXI
Pertanto all’aggravarsi d’una carestia, altri vendevano se stessi, altri migravano, o gettavansi nel fiume: quest’era la libertà regalata da Bruto. Qualora l’oppressione giunga all’eccesso, che partito rimane? o, come i Negri d’America, avventar le fiamme alle case degli atroci padroni; o conoscendo l’onnipotenza dell’unione, presentare una compatta resistenza, e passo passo acquistare il diritto.—Opera italiana.
Una volta ecco trascinasi sulla piazza un vecchio pezzente, irto e sformato quasi una belva, eppure coperto il petto di cicatrici, riportate in ventotto onorevoli battaglie, e colle insegne meritate da lui e da’ suoi maggiori; tutti lo riconoscono, gli si serrano attorno, interrogando perchè tanto sopraffannato; ed egli narra:—«Nelle guerre coi Sabini ebbi arsa la casa, rapiti gli armenti; intanto crescendo l’imposizione, carico di debiti, accumulate le usure, ho dovuto vendere il podere; poi fui messo in arresto da un creditore, battuto a verghe, menato a lavori forzati, anzi a vera carnificina».
I plebei, per un’indignazione avvivata dall’interesse, levano rumore, e gridano:—Come? noi, vincitori di fuori, cosa siamo in casa? servi, indebitati, prigioni; ecco i premj del valore, ecco la gloria d’esser romani».
Il terribile accordo popolare sgomenta i senatori, che fuggono: i plebei presentansi al console, mostrando i lividi delle catene e delle battiture, e domandano si convochi l’assemblea; e non comparendovi i senatori per paura, i plebei delusi infuriano. Atto Clauso sabino erasi da Cure mutato a Roma con tremila clienti, ottenendo venticinque jugeri di terreno per sè e due per ciascuno de’ suoi; e aggregato fra i patrizj col nome di 504 Appio Claudio, ne divenne corifeo, e consigliava a domare i plebei colle bastonate; il suo collega Servilio invece raccomandava la condiscendenza; ma nè essi, nè Valerio Publicola, eletto dittatore, riescono a chetare.
RITIRATA SUL MONTE SACRO
I patrizj ascrissero a fortuna un’irruzione dei Volsci, contro de’ quali mandano a campo la plebe, promettendo sospendere le esecuzioni contro i debitori che si arrolassero. I plebei si lasciano indurre, giurano e vanno alla spedizione: poi accortisi del laccio, per eludere il giuramento dato di rimaner fedeli ai capi propongono di trucidare i consoli che l’aveano ricevuto; ma alcuno più mite li consiglia di levar le aquile cui avevano promesso di non abbandonare, e vanno a piantarle sul monte, 493 che da ciò prese il nome di Sacro, e quivi accampati tengonsi minacciosamente. Menenio Agrippa viene per rappattumarli, esponendo ad essi la necessità d’un governo e del contribuire tutti acciocchè quello si trovi in forza; e lo esprime colla favoletta delle membra del corpo, le quali, lagnandosi perchè il ventre stesse indarno mentre le altre tutte lavoravano, proposero non prestargli più il loro servigio; ma la debolezza del ventre fu debolezza e morte dell’intero corpo. La favola fu compresa da’ plebei, ma non si lasciavano persuadere che questo ventre dovess’essere arbitro dell’intero corpo, e men ciechi che non in secoli illuminati, non vollero desistere finchè non avessero stipulati buoni patti; e a quella guisa che il Comune dei nobili avea due consoli, così essi vollero due Tribuni, che tutelassero il Comune plebeo[183].
RITIRATA SUL MONTE SACRO
Senza alcun distintivo, nè tampoco tenuti in conto di magistrati, da principio i tribuni non godeano altro diritto che di intervenire al senato, talvolta relegati nel vestibolo, e per nulla partecipi del governo: ma rappresentando la plebe e proteggendone le franchigie, essendo dichiarati sacri per modo, che i beni di chi gli offendesse erano confiscati pel tempio di Cerere, e potendo opporre il veto alle decisioni del senato, mediante questa libertà negativa, sublime invenzione del senso pratico e dell’eminente istinto politico de’ Romani, salirono passo passo a grande potenza, colla quale giovarono alla libertà più che non le eleganti legislazioni di Grecia o i cianceri parlamenti moderni, e crearono il vero popolo restituendo al plebeo la dignità d’uomo. Gran diminuzione recò alla podestà dei consoli (riflette Cicerone) l’esservi un magistrato che da essi non dipendeva, e nel quale trovavano appoggio magistrati e cittadini che ricusassero obbedire ai consoli.