Libertà vera non si dà se non quando sia disciplinata; ed ecco che la romana mette radice appunto perchè rende regolare e legittima la sua resistenza. E subito s’accorsero i popolani dell’importanza di quei patti, onde li legalizzarono con cerimonie solenni: sacre furono intitolate quelle leggi, sacro il monte, sul quale fu alzata un’ara a Giove tonante.

TRIBUNI

I patrizj sacerdotali aveano svagala e indocilita la plebe coll’obbligarla a fabbriche; i patrizj guerreschi tentarono altrettanto col menarla a battaglie. Di qui le interminabili guerre, di mezzo alle quali tratto tratto i plebei levavano la voce a cercar l’ agro, col qual nome intendevasi dai poveri il pane, dai ricchi i diritti, i quali andavano annessi, come ripetemmo, al territorio auspicato, circostante a Roma. Il senato offriva terre lontane rapite ai vinti, e che essendo fuori della linea sacra, non davano la partecipazione agli auspizj nè la piena cittadinanza. I poveri di fatto v’andavano in colonie, le quali estesero e protessero la romana potenza. Volevasi mandare una colonia? il popolo raccolto sceglieva le famiglie, alle quali si attribuivano particelle del territorio conquistato; e con militare ordinanza vi erano guidati da tre triumviri. Fermatisi nel posto assegnato ritualmente dagli auguri, scavavano una fossa, nel cui fondo deponevano terra e frutti portati dalla patria; indi con un aratro dal vomere di rame, strascinalo da un bue e da una giovenca, tracciavano il circuito della futura città, a norma degli auspizj. Venivano dietro i coloni, profondando la fossa e col cavaticcio alzando un terrapieno; si abbattevano i termini e i sepolcri dei prischi possessori; infine la giovenca e il bue s’immolavano a quella divinità che la colonia sceglieva a speciale patrona.

COLONIE

Il senato avea cura che la colonia in nessuna apparenza differisse dalla madrepatria; i duumviri tenevano luogo dei consoli, i quinquennali de’ censori, i decurioni de’ pretori; governavasi in comune plebeo: ma in realtà le colonie non erano destinate che a semenzajo di soldati: Roma sola arbitra della guerra. Nè, come le greche, rendevansi indipendenti man mano che si sentissero robuste, ma erano puramente un’estensione della metropoli: vedeano sorgersi accanto nuovi stranieri, adottati col nome di municipj, con fasto minore e minor dipendenza; ma e colonie e municipj rimanevano agglomerati intorno all’unità di Roma, sola sovrana, come il patriarca in mezzo alla famiglia[184].

LEGGE AGRARIA

Questa deportazione mascherata, se soddisfaceva ai più poveri, non illudeva i veggenti tra’ plebei, i quali «preferendo domandar terre a Roma che possederne ad Anzio» (Livio), invocavano la legge agraria.

Comprendeva questa due proposizioni distinte: la prima di mettere i plebei a parte del territorio quiritario, fonte del pieno diritto civile[185]; la seconda di far che le terre, conquistate col sangue di tutto il popolo, e usurpate la miglior parte dai patrizj, i quali cessando di pagare l’imposto canone le consideravano per proprietà allodiali anzichè allivellate, si vendessero o affittassero con equità fra tutti.

CORIOLANO

Il senato, abile come i corpi costituiti e ristretti, traeva profitto dalla docilità della plebe in tempo di sventura e dalla sua sconsideratezza in tempo di prosperità: ma la plebe ritornava colla suprema virtù dei deboli, la perseveranza. Nojato da queste pretensioni, un giovane patrizio che avea tratto il soprannome glorioso dalla vinta città di Coriolo, propone d’affamare il vulgo col non cercare, nella regnante carestia, grani dalla Sicilia, 491 e costringerlo così a tacere. La proposta si divulga; la plebe, che su questo punto non intende ragioni, monta in furore: i tribuni raccolgono i comizj per tribù, e condannano Coriolano all’esiglio. Egli è costretto cedere alla nuova potenza popolare, ma ne fa vendetta col guidare le armi dei Volsci contro la patria; e Roma periva se Veturia madre e Volumnia moglie di Coriolano non lo avessero indotto a cessare le armi e rientrare in città.