Sebbene le XII Tavole quasi nulla sancissero riguardo allo Stato, la democrazia introdotta da esse nel diritto civile si comunicava al politico: furono ripristinati i tribuni, potenza non frenata se non dal dover essere tutti d’accordo; le leggi fatte dalla plebe raccolta nei comizj tributi ( plebiscita ) divennero obbligatorie anche pel nobile ( Quod tributim plebs jussisset, populum teneret ); nè vi erano necessarj gli auspicj. Passo importantissimo, dal quale, 414 essendo tribuno Canulejo, i plebei procedono a domandare la comunicazione dei matrimonj, giacchè, se alcuno sposasse una plebea, i figli seguivano la condizione materna, nè ereditavano ab intestato; e i patrizj dovettero concederla, restando da ciò abbattute le barriere fra le due classi. Poi chiesero di poter aspirare al consolato; e i patrizj, piuttosto che consentire, sospendono di eleggere i consoli, conferendo l’autorità giudiziale a pretori patrizj, il comando delle armi a tribuni militari, capi delle legioni, scelti fra nobili e plebei, non aventi diritto d’auspizj.
LICINIO STOLONE
Eppure per lungo tempo non vi furono eletti che patrizj, bastando ai più l’aver assicurato la proprietà e la persona. Questa però ogni dì trovavasi in pericolo; sempre nuovi debitori erano condotti nelle carceri private; la miseria non lasciava agio ai plebei di curarsi della pubblica cosa, e l’oligarchia stava per soffocar Roma in cuna, quando sorse il plebeo tribuno Cajo Licinio Stolone, uomo a torto svilito dalla storia, scritta da aristocrati o col loro spirito, il quale iniziò una rivoluzione incruenta, condotta per vie legali in modo da assodare la futura grandezza di Roma. 366 Propose egli una legge che mitigava la sorte dei debitori, annullando gl’interessi accumulati; un’altra che limitava a cinquecento jugeri la porzione individuale di dominio pubblico ( ager ), e il resto de’ campi avesse a distribuirsi ai poveri; una terza legge portava che uno de’ consoli fosse plebeo.
Dappoi i tribuni col frapporre il veto a tutte le elezioni, per modo che Roma rimase lunga stagione senza magistrati, 353-334 ottennero che plebei entrassero nel collegio de’ sacerdoti sibillini, oracolo dello Stato; potessero occupare e la dittatura e la pretura e il pontificato e l’edilità. Anzi colle tre leggi del dittatore 339 Filone Publilio fu derogato il voto delle curie, sicchè più non ne occorreva l’assenso, quel del senato bastando perchè i plebisciti acquistassero carattere obbligatorio per tutti i Quiriti. Con ciò il senato prese il luogo de’ padri antichi, il popolo si trovò composto anche dei nobili; i tribuni poterono pigliare gli auspizj ne’ casi ove consideravansi necessarj; e un segretario d’Appio Claudio, 305 per cattivarsi il favor popolare, rese pubbliche le formole giuridiche simboliche e il calendario.
Anche ne’ costumi s’insinuava l’eguaglianza. Al Pudore Patrizio era dedicata una cappella nel fôro Boario; ed essendovi venuta per gli usati sacrifizj Virginia patrizia, sposa d’un console plebeo, le matrone la respinsero, quantunque ella sostenesse,—Io posso entrare come casta che sono, e sposa ad un sol uomo, cui sono andata vergine, e del quale per carattere, imprese, dignità non ho che a gloriarmi». Ella dunque nel proprio quartiere rizzò un altare al Pudore Plebeo, esortando le popolane ad emular la castità delle patrizie, come gli uomini faceano col valore: e a quell’altare, coi riti medesimi dell’antico, sagrificavano le donne d’incontaminata reputazione e d’un solo marito ( univiræ? ).
Di tal passo la plebe conquistò il diritto e l’equo Giove. I dissidj tra le famiglie patrizie e le plebee continuavano, ma i due ordini cessarono di formare stati distinti nella repubblica, la quale ormai era democratica, mirabilmente temperata fra i diritti del popolo, del senato e degli ottimati: la religione dello Stato mettendo ad ogni cosa il suggello di formole inalterabili, ovviava e l’anarchia demagogica e il militare despotismo. La legge, ch’è sacra ne’ tempi sacerdotali, arcana nelle aristocrazie, allora trovavasi divulgata: alla ragion divina degli auspizj, misteriosamente rivelata dai sacerdoti, e alla ragion di Stato, ove il popolo eroico provvede alla propria conservazione con un senato proprio, sottentrò la ragione umana nell’equa partecipazione del diritto: il senato non è più autorità di dominio ma di tutela, per riuscire poi di consiglio sotto gl’imperatori: e la romana libertà si formola in queste tre frasi, autorità del senato, imperio del popolo, podestà dei tribuni della plebe.
PLEBEI E NOBILI PAREGGIATI
Roma dunque è nata dalla mescolanza di varie stirpi: il qual fatto sembra infondere maggior vitalità, come vediamo oggi stesso negli Anglo-Sassoni. In conseguenza, più che una limitata nazionalità, ritroveremo in essa concetti d’universalità, quasi predestinata a raccogliere intorno a sè gli elementi umanitarj. Faticosi ne sono i cominciamenti, e tiene del rozzo, ma colla lotta perseverante elimina le parti meno opportune per assimilarsi le solide: difetta di estro, di candore, di semplicità, quanto abbonda d’energia e prudenza; non è dotata di fantasia, ma di leggi e istituzioni. E istituzioni diverse vi portarono Latini, Sabini, Etruschi; sicchè il bisogno di vagliarle partorì la critica, e ne risultò quella legislazione, che i secoli più non disimpareranno.
CAPITOLO VIII.
Politica esterna. I Galli. Il Lazio e l’Etruria soggiogati. Fine dell’età eroica.