Questi progressi interni si maturavano in mezzo a non interrotte guerre, colle quali Roma, più per sicurezza propria che per anelito d’invasione, cercava sottomettersi tutta Italia.
Le popolazioni di questa si erano alterate pel contatto delle colonie elleniche, e per le relazioni colla Grecia e coll’Asia Minore. Tarquinio Superbo avea voluto rendere gagliardi gli Etruschi, e non v’essendo riuscito, passò a rinforzar Roma, contro della quale poi, come una madre contro la figlia, si armò Porsena. Di qui l’avversione di Roma per gli Etruschi, a danno de’ quali procacciavasi alleati.
VICINI SOGGIOGATI. I FABJ
Il Lazio allora stava partito fra due leghe; Volsci ed Equi nell’una, Latini ed Ernici nell’altra. 493 I Romani patteggiano colle città del Lazio, e—Finchè il cielo e la terra durino, ci ajuteremo a vicenda, divideremo a pari le spoglie de’ nemici; le liti private si definiranno nel termine di dieci giorni, e dai giudici del luogo ove il contratto si fece»[189]. In prima dieci, poi trenta, poi quarantasette città spedirono deputati alla fontana di Ferentino per trattare de’ comuni interessi; poscia il congresso detto Feriæ latinæ si tenne sull’Aventino e sul Campidoglio. Il diritto de’ Latini ( jus Latii ) conferiva quello di matrimonio ( connubium ) fra i due popoli, in modo che i figli seguissero la condizione del padre; e quello di commercio, che dava la vindicazione, la cessione in giudizio, la mancipazione e il nesso.
VICINI SOGGIOGATI. CINCINNATO
I federati osteggiarono la lega nemica: e sebbene gli storici raccontino quasi solo vittorie dei Romani, lasciano trapelare sconfitte. La famiglia de’ Fabj, composta di trecentosei membri e con quattromila clienti, assume da sè la guerra con Vejo; 477 e bastano a sostenerla per due anni, finchè côlti alla sprovvista, sono tutti uccisi presso il fiume Crémera. Più tardi Appio Erdonio sabino con cinquemila uomini occupa perfino il Campidoglio, avendo i tribuni impedito al popolo di prender le armi. Equi e Volsci dall’Albano e dall’Algido calavano ogni tratto su Roma devastando e incendiando, poi ricoveravano fra i patrj monti; sicchè non era possibile coglierli, nè assalirne la capitale, e si dovette una ad una distruggere le loro fortezze. Minucio console lasciatosi pigliare in mezzo dagli Equi, era inevitabilmente perduto; ma Roma affidò la dittatura a Quinzio Cincinnato, 458 cittadino di gran prosapia e di modestissimo vivere, che si tolse dal coltivare il suo camperello per vincere, e menato trionfo, ritornò all’aratro.
Due secoli consumarono i Romani in tali piccole conquiste contro la lega nemica, con una calcolata lentezza, un coraggio indomito da disastri, una instancabile attività, che anche nella pace teneva il pugno sull’elsa, spiando ogni avvenimento opportuno. Nè noi sulle guerre sogliamo indugiarci; nè il lettore correbbe diletto od istruzione dalle vicende di Tarento regno di Palante, di Tusculo regno di Telagone, del superbo Tiburi, sede dei Siculi poi de’ coloni Argei e reggia di Tiburno discendente da Anfiarao: cittaduccie da nulla, che pur lungamente bilanciaronsi con Roma, e diedero esercizio alla grandiloquenza di Tito Livio.
I disegni di Roma erano agevolati dalla sconcordia di que’ popoletti, la cui storia somiglia a quella delle nostre repubbliche del medioevo. Ardea ed Aricia, disputandosi il possesso d’un terreno, si rimettono all’arbitrato del popolo romano. Questo, raccolto per tribù, dà ascolto alle discussioni; quando Publio Scepzio, che avea compito ottantatre anni e fatto venti campagne, chiede la parola, e rammenta come il terreno disputato appartenesse a Corioli, vinta la quale dai Romani, non da altri che da Romani esso doveva possedersi. Fu dunque aggregato al dominio pubblico: ma gli Ardeati si sollevarono; i patrizj stessi, mal soffrendo che il popolo prendesse sempre maggior parte ne’ pubblici maneggi, disapprovarono il plebiscito, ma non aveano potere di cassarlo, e gli Ardeati dovettero chinar il capo e accettare di nuovo l’alleanza.
VICINI SOGGIOGATI. ARDEA
442 Eccoli ben tosto a nuovi cozzi. Due giovani aspiravano ad una popolana bellissima: uno plebeo, favorito dai tutori di essa; l’altro nobile, e protetto da’ pari suoi e dalla madre, ambiziosa del vistoso collocamento. La discordia dalla famiglia si propaga alla città; i giudici sentenziano per la madre; i tutori appellano al popolo, e da una banda d’affidati fanno rapir la fanciulla; un’altra banda di nobili, guidata dall’innamorato, vi si oppone: sono alle mani e al sangue; la plebe respinta di città, getta ferro e fuoco sulle terre de’ nobili, ingrossata da una moltitudine di artieri, e s’accinge ad assediar la città. Estendendo l’ira privata, i popolani cercano ajuto ai Volsci, i nobili ai Romani. Questi vi vedono l’opportunità di riparare il torto fatto ad Ardea, e il console Geganio accorse a cacciare i Volsci che già la stringevano, e presili in mezzo, li fa passare sotto al giogo: poi nella ritirata assaliti dai Tusculani, periscono fin ad uno: e la pace è rimessa in Ardea mediante il supplizio de’ capipopolo[190].