TRASIBULO
467 Ivi morì, e gli successe Trasibulo suo fratello; delle cui crudeltà disgustati, i Siracusani s’intesero colle altre città, lo cacciarono, ed in memoria istituirono annua festa a Giove Liberatore, col sacrifizio di quattrocento cinquanta tori da banchettare. 466 Siracusa allora ripigliò governo a popolo; e ad imitazione di essa le altre città di Sicilia cacciavano la gente nuova per ripristinare gli antichi proprietarj ne’ beni rapiti, e nel privilegio delle magistrature. Questo ristabilimento del governo repubblicano immerse l’isola in gravi tempeste, ma la guerra civile terminò colla espulsione degli avveniticci, ai quali fu assegnata per dimora Zancle, che aveva preso il nome di Messina per coloni messenj ivi piantati. Questi rifuggiti, i più di origine italiana, furono nocciolo d’un’associazione bellicosa, che poi, col nome di Mamertini, aperse l’isola ai Romani, cioè alla servitù.
445 Gli antichi Siculi, non ancora tutti periti, osarono alzare il capo, concorrendo da tutte le città, eccetto Ibla, sotto la direzione di Ducezio, per espellere i Greci. Prosperati in sulle prime, provarono poi avversa la fortuna, e Ducezio rifuggì agli altari dei Siracusani, che lo mandarono a Corinto, e l’antica schiatta restò irremissibilmente soggiogata. Pure, pigliando parte cogli uni o cogli altri nelle continue guerre, facea prevalere quelli con cui s’accampasse.
DEMOCRAZIA E GRANDEZZA DI SIRACUSA
Siracusa assodò il suo potere con questo trionfo e con un nuovo che riportò sopra 446 l’emula Agrigento; vinse in mare gli Etruschi; stabilì una pace generale, alla cui ombra fioriva, e messa a capo delle città greche di Sicilia, cresceva d’opulenza, ed empivasi di schiavi, d’armenti e di tutte le agiatezze della vita[223]. Timore di tirannia le fece istituire il petalismo, per cui scriveasi sopra una foglia di fico il nome di chi paresse tanto illustre da poter soverchiare, e qualora i voti bastassero, colui dovea restare per cinque anni sbandito: legge conforme all’ostracismo d’Atene e al discolato di Lucca, che punendo non la colpa ma la possibilità della colpa, stoglieva dagli affari i migliori, lasciando la repubblica alla ciurma invidiosa e inetta; ma fu ben presto abolita.
Stava Siracusa sur un promontorio, cinta tre lati dal mare, dominata dalla rôcca Epipoli, e fortissime mura giranti diciotto miglia difendevano un milione ducentomila abitanti. Tre porti apriva alle navi di tutto il mondo, il Trogilo, il piccolo di Marmo, e quel delle Neocosie, grande cinque miglia, sicchè bastava a trecento galee, e dove più di cento navi poterono battagliare. Dentro era divisa nei quartieri di Acradina, Tiche, Temeno ed Ortigia o isola, il solo che ora forma la città, eccessiva ai quattordicimila abitanti sopravanzatile. Era stata costrutta coi sassi delle vicine latomie, che poscia furono trasformate in prigioni; e vi si ammirava principalmente il tempio dorico di Minerva, con due facciate ed un peristilo esteriore, sul cui frontone giganteggiava un’egida di bronzo col teschio del gorgone; alle porte di legno fino erano riccamente intarsiati oro e avorio; preziose pitture lo fregiavano; e più tardi Archimede vi delineò sul pavimento una meridiana, ove il sole batteva dritto agli equinozj. Quando alcuno ostentasse ricchezze, i Greci gli diceano per proverbio:—Non ne possedete un decimo di quelle d’un Siracusano». Due sorelle doviziose, narra Ateneo, lavavansi in una delle limpide fontane, ombreggiata dai papiri e dai cacti; e venute a contesa sulla propria bellezza, chiesero giudice un giovane mandriano. Egli preferì la maggiore, la quale il ricompensò collo sposarlo, mentre l’altra si unì al fratello di lui. Le due, dette callipigi dalla parte che in esse avea vanto, fondarono un tempio alla bellezza callipiga; e dalle ruine di quello fu estratta la famosa Venere di tal nome. Altrettanto famosa è la statua di Esculapio. Feste solenni si celebravano pure, dette Caneforie, Citonee, Targelie, con suntuosi banchetti.
I Leontini, gelosi e dolenti di vedersi privati del commercio, mandarono l’illustre oratore Gorgia loro concittadino a sollecitare contro di Siracusa 427 gli Ateniesi; i quali, allora sobbalzati da sfrenata democrazia, volentieri misero mano negli affari di quell’isola, riconoscendola di suprema importanza a dominare il Mediterraneo. Pertanto spedirono navi a soccorso di quegli Jonj e dei Reggini, e per alcuni anni rimestarono nelle discordie intestine dell’isola, finchè la ricomposero, a patto che ciascuno ritenesse quel che aveva. I Leontini o franti dalle dissensioni interne, o vedendosi incapaci a difendere la propria città, la demolirono e si mutarono in Siracusa, che primeggiava, per quanto gli Ateniesi avessero tentato armarle incontro una federazione.
SPEDIZIONE DEGLI ATENIESI
416 Undici anni dopo, venute alle mani Egesta e Selinunte, Siracusa favorisce all’ultima, e gli Egestani superati ricorrono ad Atene per ajuti, mostrando che altrimenti i Dori metterebbero a giogo irreparabile gli Jonj. Atene trovavasi allora sulle braccia la Grecia intera nella lunga guerra peloponnesiaca, laonde i prudenti la distoglievano da questa nuova briga; ma Alcibiade, consigliatore di quei partiti estremi che allettano il vulgo, mostrava come l’occupazione della Sicilia sarebbe scala all’Africa e all’Italia, e fece decretare la guerra, e capitani lui, Lamaco e Nicia che l’avea sempre dissuasa. Mai sì bella flotta non aveva allestito Atene; mai impresa non era parsa più popolare; cittadini e stranieri in folla accompagnarono gli armati al porto, e incensi e profumi olezzanti da vasi d’oro e d’argento, e copiose libagioni propiziarono gli Dei alle navi, che adorne di festoni e di trofei salpavano, tanto sicure dell’esito che il senato prestabilì la sorte delle varie provincie dell’isola.
415 Centrentaquattro triremi sferrarono da Corcira, con cinquemila soldati di grave armadura, oltre gli arcieri e i frombolieri; ma non più che trenta cavalli. Traversato il mare, furono accolti sgarbatamente da Turio, Taranto, Locri, Reggio, benchè colonie attiche: gli Egestani, che eransi proferti di pagare le spese della guerra, trovarono d’avere nel tesoro appena trenta talenti. Il cauto Nicia allora proponeva: «Non diamo ai bugiardi Egestani maggiore ajuto di quel che sono in grado di pagare»; e mostrando ingiusta la causa assunta, col tentennare scoraggiva i soldati. 413 Pure vollero cingere d’assedio Siracusa, quando però già le avevano lasciato agio di fornirsi di viveri e d’armi, mentre gli Ateniesi erano peggiorati d’uomini, di provvigioni, di coraggio. L’abile Nicia condusse l’assedio con tal maestria, che stava per pigliare la città; quando Alcibiade che, disgustato colla patria, era rifuggito agli Spartani, indusse questi Dori a soccorrere la dorica Siracusa. Spediscono di fatto Gilippo, il quale presenta la battaglia, e vince e scioglie l’assedio.