Dopo breve libertà, vi tiranneggiò Alcmane, poi Alcandro, indi Terone, esaltato dal maggior lirico greco Pindaro, e dagli storici per avere sconfitto i Cartaginesi e soggiogato Imera. 480 Trasideo, suo figlio e successore degenere, fu rotto e cacciato di regno da Gerone di Siracusa; e da quell’istante Agrigento si resse a popolo sul modello di Siracusa, e toccò l’apice di sua grandezza. Il vino e gli olj che spediva in Africa, la resero una delle città più opulente, magnifica di lusso e pubblici monumenti; talchè si diceva che gli Agrigentini fabbricavano come mai non dovessero morire, e mangiavano come non avessero a vivere che un giorno. Esemto, tornando vincitore dai giuochi olimpici, entrò in Agrigento accompagnato da trecento carri, tirato ciascuno da una pariglia di cavalli bianchi, razza siciliana[221]. Gellia serbava ne’ cellieri trecento botti di vino da cento anfore ciascuna; imbandiva ogni giorno molte tavole, e i servi alla porta v’invitavano ogni viandante; passando un giorno cinquecento cavalieri di Gela, li trattò tutti quanti, poi mettendosi il tempo sul piovere, donò a ciascuno un mantello della sua guardaroba[222]. L’abbondanza cagionò mollezza; e in un tempo d’assedio si dovette proibire ai cittadini, quando per turno andavano di sentinella alla ròcca, di portare più che un materasso, coperta e capezzale.
SIRACUSA
732 Siracusa, fondata dall’eraclide Archia di Corinto poco dopo di Roma, era governata dai proprietarj ( geomori ); ma gli schiavi, arruffati dai demagoghi, si rivoltarono e li ridussero a rifuggire a Casmena. Ingordi di vendetta, quelli porsero consigli e ajuto a 484 Gelone tiranno di Gela, che per tale appoggio acquistò la signoria di Siracusa, e tosto la estese chiamandovi altri Greci, e trasportandovi i ricchi di Megara, di Camarina e d’altre città distrutte; intanto faceva vendere fuori i poveri, dicendo esser più facile governare cento agiati che non uno solo al quale non resti nulla da perdere. Per tal guisa Gelone venne poderoso per mare e per terra, e largheggiò di frumento co’ Romani.
I Persiani, nobile e poderosa popolazione dell’Asia Grande, aspiravano a sottomettere la Grecia; laonde Dario lor re, avendo in corte Democede medico di Crotone, il mandò con dodici Persiani ad esplorare le coste della Grecia, e quelle della bassa Italia colonizzata da Greci. Ma in questa ricevettero pessime accoglienze, e a grave fatica camparono dalle prigioni di Táranto. Però Serse nuovo re assunse l’impresa di soggiogare la Grecia, e con esercito memorabile passò l’Ellesponto. Il piccolo ma generoso paese vi oppose una resistenza memorabile; e fu allora che Gelone ai Greci esibì ducento triremi, ventimila fanti e duemila cavalli, purchè gli conferissero il comando della flotta alleata. La domanda gli fu disdetta; ed i Cartaginesi che parteggiavano con Serse, affine d’impedire che Sicilia e Magna Grecia soccorressero alla madrepatria, mandarono a Panormo Amilcare, figlio di Magone, 480 con grosse armate. Gelone però con cinquantamila uomini e cinquemila cavalli lo sorprese presso Imera, e mandò in dirotta: cinquantamila Africani restarono sul campo, e tanti prigionieri, che si disse trapiantata l’Africa in Sicilia.
GELONE
Meglio che per la vittoria noi onoriamo Gelone per la pace, nella quale pose patto ai Cartaginesi che cessassero dai sacrifizj umani. I tesori acquistati in quella guerra distribuì ai valorosi e ai tempj, massime a quello d’Imera; e i prigionieri, fra i varj corpi dell’esercito, di che s’ebbe modo di coltivare nuovi campi, finire molte fabbriche, ed alzare in Agrigento un insigne tempio e famosi acquedotti. Sciolto da questi nemici, de’ quali anzi accettò l’alleanza, accingevasi a portare i promessi soccorsi ai Greci, quando seppe che il costoro patriotismo era bastato a respingere le immense turbe dei Persiani. Allora congedò l’esercito; e radunati i suoi sudditi, inerme comparve tra loro armati, rendendo conto della propria amministrazione, e ne riscosse vivi applausi.
Rigoroso da principio, come fu assodato si ridusse mite e giusto; favorì l’agricoltura, vivendo egli stesso fra’ campagnuoli: sbandiva a tutta possa le arti corruttrici, e meritò che i sudditi lo chiamassero il loro miglior amico. Sentendosi gli anni far soma addosso, rinunziò al fratello Gerone e poco sopravvisse. Da’ Cartaginesi e dal tiranno Agatocle fu distrutto il magnifico sepolcro di lui, non la memoria di sue virtù.
GERONE
478 Gerone succedutogli teneva splendidissima corte: diceva le orecchie ed il palazzo del re dover essere schiusi a tutti: all’eloquenza, che allora faceva le prime prove e che sì facilmente degenera in ciarla e sofismi, pose freno, più volenterosa mano porgendo alle arti dell’immaginazione; sicchè a lui accorsero di Grecia i poeti Bacchilide, Epicarmo, il maggiore tragico Eschilo quando vecchio fuoruscì dalla patria, e Pindaro che nelle sue odi non rifina di esaltarlo generoso e giustissimo, amico della musica e della poesia, e perchè del suo ricco e magnifico palazzo apriva le porte alle Muse. Sull’avarizia e le violenze ond’egli si contaminò, stesero un velo officioso i beneficati. Il patetico poeta Simonide era penetrato più avanti nella confidenza del principe; il quale lo interrogò qual sentimento avesse sopra la natura e gli attributi della divinità. Simonide chiese un giorno onde riflettere avanti rispondere; al domani ne chiese due; e così andò via raddoppiando, finchè incalzato dal re, confessò che, più vi pensava, più trovava il tema intricato ed oscuro. Oggi la femminetta vi risponde.
Gerone osteggiò Terone e Trasideo signori d’Agrigento, perchè avevano dato ricovero a Polisseno fratello di lui, cacciato come troppo ben voluto dal popolo: ma Simonide, interpostosi della pace, la sodò con parentele. Spedita la flotta a sussidio di Cuma, Gerone riportò vittoria navale sopra gli Etruschi. Trasferì in Leontini gli abitanti di Catania, in questa ponendo coloni nuovi, affine di conseguire il titolo d’eroe, di cui onoravansi i fondatori di città, e prepararsi un asilo in caso di disastro.