SICILIA

Teatro di grandi agitazioni naturali, come di mitologici eventi fu la Sicilia, in prima denominata Trinacria dalla figura triangolare. Le vetuste tradizioni le danno per abitanti Lotofagi[217], Lestrigoni, Polifemi, val quanto dire genti ancora sciolte da civile consorzio, che vi pasceano le greggie, viveano dei frutti spontanei, e abitavano nelle ampie grotte de’ suoi monti, dove poi i Ciclopi introdussero il lavoro dei metalli. Giove che regna sul monte Etna, e che questo monte, anzi l’isola tutta scaglia sopra i ribellati giganti; il dio Apollo che pascola gli armenti in Ortigia, dove ha culto la cacciatrice Diana; Saturno che dalla ninfa Talìa vi genera Venere, la quale preferisce il monte Erice al suo tempio di Gnido; Cerere che in Enna introduce la coltura del grano; Trittolemo che insegna ad arare; Aristeo che mostra come coltivare gli ulivi e spremerne olio, e raccorre il miele dagli alveari; Ercole che vi mena gli armenti tolti a Gerione da tre corpi, uccide in duello il gigante Erice, scopre e insegna l’uso delle acque termali ad Egesta ed Imera, e feste nuove e riti surroga a’ sagrifizj umani; Mercurio e Fauno che da Sicilia prendono le mosse onde arrivare in Egitto; Orione gigante che fabbrica il Peloro, sono favole che, qualunque ne sia l’arcano significato, rivelano vetustissima la civiltà di quell’isola.

Le popolazioni che il sopraggiungere di nuove cacciava, dall’Italia, sovente vi rifuggirono. I Sicani, gente iberica, v’erano accasati allorquando, tre generazioni prima della guerra di Troja, i Siculi e i Morgeti, spinti dagli Enotrj, invasero i fertili valli orientali, restringendo i Sicani ad occidente[218]. Di là da questi, verso la punta a libeccio, nel terreno sassoso cui fende il fiume Màzara, sedevano gli Elimi, propagine pelasgica venuta dall’Epiro, la cui capitale Egesta vantavasi fondata dal trojano Aceste. Origine iliaca ostentavano pure Drépano, Entelle, Erice, ove il tempio di Venere era costrutto alla ciclopica. Queste tradizioni appellano a colonie levantine di grande antichità, alle quali si aggiunsero prestissimo i Cretesi, simboleggiati in Dedalo, architetto famoso, che aveva fabbricato in Creta un edifizio, conosciuto col nome di Labirinto, e che, chiuso in quello, trovò portentosa via al fuggire, dissero volando, e fu accolto da Tocalo re de’ Sicani. Minosse re di Creta venne a riclamarlo, e s’impadronì di Eraclea Minoa sul fiume Alcio; ma vi trovò morte. Di qua dei tempi favolosi, Fenicj e Cartaginesi presero stanza sul littorale nell’viii secolo prima di Cristo.

COLONIE GRECHE

Teocle ateniese, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, stupì di quell’opportuna postura, e rimpatriato, propose a’ suoi di menarvi una colonia. 756 Non esaudito, si volse agli abitanti di Calcide in Eubea, co’ quali fondò Nasso sulle sponde del fiume Onobata. Tosto altri coloni lo seguono, i quali delle già fiorenti città fenicie o sicule s’impossessano, arrogandosi l’onore della fondazione, e snidando i prischi abitatori; e ben tosto ebbero occupato tutta la plaga orientale e meridionale dal capo Peloro al Pachino e al Lilibeo, mentre attorno alla punta occidentale si trovarono ridotti i Fenicj, e singolarmente a Selinunte, Motia, Panormo.

AGRIGENTO

Designano pure come città calcidiche Zancle, Imera, Mile, Catania, Leontini, Megara. Altre ne aveano contemporaneamente fondate i Dorj, fra cui Siracusa che popolò Acra, Casmena, Camarina, Tapso, Gela, da cui derivò Agrigento[219].

FALARIDE

La differenza d’origine e perciò di costituzioni fu seme di reciproche nimicizie, che guastarono il breve fiore. Da prima i coloni sfogarono la loro attività col sommettere i natìi; e com’ebbero così ridotte le campagne in arbitrio di poche famiglie, discendenti dai primi coloni, gli ambiziosi seppero profittarne per erigersi tiranni. Il primo che riuscì fu Panezio da Leontini, solleticando, come è stile dei demagoghi, l’eterno rancore dei poveri contro i ricchi. 582 Anche Agrigento, governata prima aristocraticamente al par di tutte quelle d’origine dorica, cadde a tiranni, fra i quali il cretese Falaride. 566 Le storie sono piene delle costui atrocità; forse esagerate dal genio democratico de’ Greci per fare aborrita la signoria dei re. Chi non intese parlare del toro di rame rovente, in cui egli chiudeva le sue vittime, e primo l’ateniese Perillo che l’aveva inventato? Ma le relazioni troppo discordano, e noi incliniamo a vedervi espresso un suo tentativo d’introdurre l’esecrabile rito fenicio e cartaginese d’abbrustolire gli uomini in onore del dio Moloc. Menalippo risolse uccidere Falaride, e si confidò all’amico Caritone, che gli disse aver anch’egli già lo stesso proposito. Venuto il destro, Caritone s’avvicina armato al tiranno; è arrestato, ma per tormenti non rivela i complici. Allora Menalippo si presenta, dichiarando aver egli primo ideato il fatto e indottovi l’amico; questi nega; nasce gara; della quale stupito, il tiranno perdona ad essi vita e beni, purchè abbandonino il paese[220]. Per eguali sospetti incrudelì invece contro di Zenone filosofo: ma le costui grida commossero la moltitudine tanto, 534 che ammutinata lapidò il tiranno.

AGRIGENTO