Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso, che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola; onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto, poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non si accosti a principe, se non sappia adularlo».

DAMONE E PITIA

I Pitagorici, benchè sbrancata la loro lega e perseguitati, conservavano potenza quanta bastasse per contrastare alla tirannide di Dionigi. Damone, un di quelli, essendo condannato a morte per la colpa che i governi cattivi appongono a chi non n’ha veruna, chiese di poter prima andar a salutare la famiglia, promettendo ritornare all’ora assegnatagli. Statico per lui rimase in carcere l’amico suo Pitia, il quale vedendolo indugiare oltre l’ora pattuita, sollecitava d’esser messo al supplizio in sua vece. E già v’andava, quando Damone sopragiunto vi si oppone; l’altro insiste: qui generosa gara, della quale meravigliato, Dionigi li manda assolti, e chiede d’entrare terzo nella loro amistà. Poteva darsi amistà fra due filosofi ed un tiranno?

TIRANNIDE DI DIONIGI

Anche una pitagorica, piuttosto che svelare i segreti della sua setta, si tagliò coi denti la lingua. Dionigi, che tutte sorta di gloria ambiva, lesse una volta suoi versi al poeta ditirambico Filosseno, e poichè questi li disapprovò, lo fece chiudere nelle latomie; al domani richiamatolo, gli lesse altri versi; uditi i quali, il sincero poeta si volse agli sgherri, e—Riconducetemi nelle latomie»; Dionigi sorrise, e gli perdonò. Così recossi in pace gli arditi parlari del giovane Dione, il quale, udendolo celiare sulla placida amministrazione di Gelone, gli disse:—Tu ottenesti confidenza e regno pei meriti di Gelone; ma pei meriti tuoi in nessuno più si avrà fiducia». Quando suo cognato Polisseno, chiaritosegli nemico, fuggì, Dionigi chiamò la sorella Testa, e la rimbrottò severamente come conscia della fuga del marito; ed ella:—Mi credi dunque sì vile, che, sapendo che mio marito meditava la fuga, non avessi voluto accompagnarlo? Avrei con esso diviso gli stenti, ben più lieta d’esser chiamata la moglie di Polisseno esule, che la sorella di Dionigi tiranno».

Dionigi aspirò alle lodi della libera Grecia, e mandò suo fratello a vincere per lui nelle decantate corse olimpiche in Elea, e disputare a suo nome la palma poetica, lusingatagli dagli adulatori: ma tutto re ch’egli fosse, l’indipendente gusto de’ Greci lo fischiò, e il retore Lisia tolse a mostrare ch’era indegno l’ammettere un tiranno forestiero a competere in que’ giuochi olimpici, ch’erano destinati a congiungere i liberi Elleni. Pure avendo conseguito il premio della tragedia nelle feste di Bacco, Dionigi ne tripudiò e imbandì un convito, dopo il quale o per veleno o per istravizzo fu côlto da morte, avendo regnato più di qualunque altro tiranno.

DIONIGI II

368 Gli succedette il figlio Dionigi, sotto la tutela dello zio Dione, degno amico di Platone, e riverito dal cognato pel rispetto che la virtù impone anche a chi l’abborre. Dicono che Dione al vecchio tiranno insinuasse di lasciar la corona al figlio di sua sorella Aristomaca, escludendo il ribaldo Dionigi, il quale per questo accelerò la morte al padre, e pose odio sviscerato a Dione. Nè questi nè Platone tornato in Sicilia valsero a trarre a miglior costume il malavviato giovane, il quale, non vedendo ne’ loro consigli se non una trama per favorire i figli d’Aristomaca, cacciò Dione in Italia, tenne Platone in cortese prigionia, disperse i Pitagorici loro amici.

DIONE

356 Ma Dione, coll’appoggio de’ Corintj, occupò Siracusa, e sbalzato Dionigi, se ne rese signore. Per annunziare la liberazione, egli salì sopra un orologio solare, onde il vulgo disse:—Com’è mobile il sole, così non durerà la costui dominazione»[226]. In fatto, due anni dopo, l’ateniese Callippo, fintosegli amico, lo trucida, e ne usurpa l’autorità; ma 353 l’anno appresso n’è spogliato da Ipparino figlio di Aristomaca, il quale domina fino al 350, lasciando disonesta memoria.