347 Tra le irrequiete fazioni Dionigi trova partigiani, mercè de’ quali dopo dieci anni risale al potere. Temendo nel figlio di Dione le paterne virtù, il corruppe con discoli costumi, del cui lezzo questi si vergognò tanto, che si diede morte. Per impedire che i Siracusani uscissero di nottetempo, Dionigi permise ai malfattori di spogliare i passeggieri; concesse alle donne un vero dominio nelle case, acciocchè rivelassero le trame dei mariti. Adulatori trovava, delle cui bassezze sol questa rammenteremo, che, essendo egli debole di vista, essi affettavano di urtare per le tavole.—Molti il fanno tuttodì.

TIMOLEONE

Alcuni generosi, sottrattisi alla costui tirannide, fabbricarono Ancona; altri ordivano di riscattare la patria, e salvarla da’ minaccianti Cartaginesi. A tal fine chiesero ajuti a Corinto, 365 loro metropoli, che spedì ad essi Timoleone, gran capitano e gran cittadino. Timófane, costui fratello, ottenuto il comando delle armi in Corinto, vi aveva usurpato il dominio; e Timoleone, non riuscendo a distornelo, indusse due amici ad ucciderlo. 345 Giudicato da alcuni generoso, da altri assassino, sua madre lo maledisse; ed egli deliberò lasciarsi morir di fame; poi stornato dal fiero proponimento, giurò non impacciarsi nelle pubbliche cose, e piangere sequestrato dagli uomini. Dodici anni durò nel deserto, poi rimessosi in Corinto, viveva privato, allorchè, propostogli di andar a sostenere i Siracusani, accettò dicendo:—I miei portamenti mostreranno se devo essere intitolato il fratricida o il distruttore de’ tiranni». Con soli settecento uomini sopra venti vascelli approda a Siracusa. Iceta tiranno di Leontini, che, vinto Dionigi e chiusolo nell’Isola, 343 aveva usurpato la supremazia, tenta invano guadagnarsi Timoleone, il quale cresciuto di seguaci, lo vince e condanna a morte, demolisce l’Isola covacciolo di tiranni, sicchè Dionigi è costretto rifuggire in Corinto, dove visse col far da maestro.

Timoleone allora fu sopra ai Cartaginesi, il cui capitano Magone, côlto da timor panico, fuggì, e col darsi morte evitò la croce che i suoi serbavano al capitano vinto. Seguitando la prosperità, Timoleone redime Engia ed Apollonia dalla tirannide di Letino, sconfigge Mamerco e Ippone tiranni di Catania e Messina, restaura in Siracusa il franco stato, e le redente città congiunge in federazione sotto le leggi di Diocle. La libertà è rassodata dalla vittoria sopra i Cartaginesi, capitanati da Amilcare e Asdrubale; 340 ai quali Timoleone ingiunge di lasciar libere tutte le città di Sicilia, che nella pace rinnovarono la popolazione e la prosperità.

Quel modello compiuto di un eroe repubblicano all’antica, fece sottoporre a giudizio le statue dei re precedenti, e trovò degna d’esser conservata soltanto quella di Gelone, effigiato da semplice cittadino. 357 Deposto il comando, si ridusse a privato vivere, ma coll’autorità del consiglio guidava le cose; a lui già cieco ricorrevano i magistrati, a lui insigni onoranze, a lui gli applausi del pieno teatro ove esponeva il suo parere. Senza contaminarsi di ambizioni, cosa rara, nè, cosa ancor più rara, subire l’ingratitudine, morì carico d’anni, e quando fu posto sul rogo, l’araldo gridò:—Il popolo di Siracusa, riconoscente a Timoleone dell’aver distrutto i tiranni, vinto i barbari, ristabilite molte città, dato leggi a’ Siciliani, decretò di consacrare ducento mine a’ suoi funerali, e commemorarlo tutti gli anni con gare di musica, corse di cavalli, giuochi ginnastici».

AGATOCLE

Aveva egli pensato riformar il paese non colle idee di Pitagora e di Platone, sibbene colla dorica severità; ma i costumi erano guasti a segno, che mal potea reggere chi non avesse tante virtù quante Timoleone. Appena egli chiuse gli occhi, tutto fu scompiglio dentro e fuori; 317 ed Agatocle se ne valse per tiranneggiare. Quest’era un fanciullo raccolto sulla via, serbato a infami usi, poi applicato al mestiere di vasajo; ma coll’astuzia e colla forza si fece largo, e salì al dominio, e il tenne a lungo, affettando popolarità; cassò i debiti, e distribuì terre agl’indigenti; nè diadema volle nè le guardie, dava facile accesso a tutti, e facevasi servire in vasi di argilla per ricordare l’origine sua; ma nel medesimo tempo sterminava gli aristocratici e i fuorusciti delle varie città, inevitabili fomiti di civili scompigli.

Al pari di Dionigi, sentì che l’impresa più nazionale era il respingere gli stranieri, e difatto fu alle mani coi Cartaginesi: ma questi, sebbene in sulle prime andassero dispersi da una procella, tornati sotto la scorta di Amilcare, 311 sconfissero Agatocle, ed assediarono Siracusa. Che fa l’ardito? con truppe elette sbarca sulle coste d’Africa, arde le navi acciocchè non rimanga altro scampo che la vittoria, e vi continua quattro anni la guerra senza fare parsimonia d’atrocità e tradimenti. Ma le città greche di Sicilia disturbarono l’impresa col rivoltarsegli: ond’esso ritorna, lasciando in Africa l’esercito, che subito va alla peggio, e che indispettito del vedersi abbandonato, ne strozza i due figliuoli, e si arrende ai Cartaginesi. Agatocle si vendica strozzando in Sicilia i parenti de’ soldati, 306 e restaura l’obbedienza in paese e la pace co’ nemici.

Anche in Italia spinse correrie, assalì Crotone, vinse i Bruzj, saccheggiando e ritirandosi. Non diremo con Timeo che a fortuna soltanto sia dovuto il suo elevamento; ma deturpò con sanguinarie crudeltà le splendide doti del suo animo. La pace che mantenne con mano di ferro, mostra se conosceva il suo paese; quanto conoscesse gli avversarj, il mostra l’audace suo sbarco in Cartagine. Onde Scipione Africano che poi l’imitò, richiesto quali eroi avessero mostrato più senno nel disporre i disegni, e più giudizioso ardimento nel compirli, nominò Agatocle e Dionigi il Vecchio.

289 Arcàgato suo nipote lo avvelenò, e ne assunse il dominio; ma poco stante costui è assassinato da Menone, che tenta farsi proclamare dall’esercito: assalito però da un altro Iceta, rifuggì tra i Cartaginesi. Iceta governò per nove anni col titolo di stratego della repubblica; 280 poi Tinione s’impadronì del potere, disputatogli da Sosìstrato.