ALTRE CITTÀ SICILIANE

Di mezzo a ciò nuovi tiranni erano sorti in quasi tutte le città. Agrigento, risarcitasi alquanto della distruzione sofferta, fu corifea della lega contro Agatocle, poi soffrì la tirannide da Fintia, che soccombette a Iceta. Gli stranieri che militavano al soldo di Agatocle, ajutati dalla scissura e dalle varie tirannidi, s’insignoriscono di Messina, e invaghiti di sì opportuna postura, scannano gli uomini, vi si stanziano col nome di Mamertini, e sottopongono gli Stati limitrofi, sostenuti da una legione romana che avea fatto in Reggio quel che essi in Messina. I Cartaginesi scorrono fino alle porte di Siracusa; onde questa chiama in soccorso Pirro re di Epiro, 278 sposo di Lanassa figlia di Agatocle, le cui imprese ci saranno divisate più tardi.

Le altre città siciliane procedettero come satelliti delle due principali. Erano famose pei vini Taormina e Leontini, città voluttuose e di territorio ubertosissimo. Catania grandeggiò sul suo golfo, sinchè la lava dell’Etna non la sovvertì. Ibla, fabbricata da Greci di Megara, traea vanto dal miele, emulo dell’ateniese d’Imetto. Camarina era infestata e difesa da una palude; dato scolo alla quale, restò salubre, ma esposta ai Siracusani che la distussero. Con miglior fortuna Empedocle sanò i marazzi attorno a Selinunte. Erice visitavasi per la voluttuosa divozione di Venere; ne traevano lautissimi guadagni le schiave devote, la cui bellezza vive tuttora nelle donne del monte San Giuliano, popolato anche adesso dalle colombe, sacre alla dea d’amore. Allo scarco del monte su cui poggiava Erice, sorgeva Egesta, che avendo ricusato denaro ad Agatocle, vide i migliori cittadini mandati a strazio, fatte a brani le donne, venduti i figliuoli in Italia. Il suo nome fu dai Romani mutato in Segesta, perchè quei fieri superstiziosi impaurivano dinanzi a un vocabolo malaugurato qual era questo, somigliante ad egestas, come Malevento cambiarono in Benevento. Di qui era nativa Laide, che a dodici anni trasferita a Corinto, divenne famosissima cortigiana; e i pittori accorreano per copiarne alcune bellezze. Imera vantavasi pei bagni caldi, e per aver dato la culla al poeta Stesìcoro. Allorchè i suoi concittadini voleano chiedere ajuti al tiranno Falaride contro i loro vicini, il poeta narrò loro la favola del cavallo, che volendo combattere l’orso, si tolse in ispalla l’uomo; riuscì vincitore, ma l’uomo aveva imparato a mettergli il morso e tenerlo schiavo. Enna, forte di mura, ridentissima di circostanze, celebrava con annue solennità le feste di Cerere, dea che quivi era nata, e la cui figlia era stata rapita mentre pe’ campi suoi coglieva fior da fiore.

PRODUZIONI

Fenicj e Cartaginesi facevano dapprima in Sicilia vivo traffico d’asportazione; poi le colonie greche vi aumentarono l’industria. Le accennate favole sono argomento che da antichissimo vi si coltivavano il grano, l’ulivo, gli aranci; e il titolo di granajo d’Italia allude alla sua fertilità, tantochè nove milioni di sesterzj Roma vi spendeva ogni anno in grani[227]. Gelone offrì nutrire l’esercito greco tutto il tempo che durerebbe la guerra co’ Persiani. Gerone II ai Romani, dopo sconfitti al Trasimeno, regalò trecenventimila moggia di frumento, e ducentomila d’orzo. Diodoro attribuisce la prosperità di Agrigento all’olio e al vino che spacciava in Africa, dove ancora non erano naturati. Ne’ tempi storici, Anassila introdusse in Sicilia le lepri, e Dionigi il platano[228]. Riccamente vi facea lo zafferano, che contandosi pel più bel colore dopo la porpora, e per ingrediente prezioso delle vivande e de’ profumi, otteneva grande importanza, come anche l’abbondantissimo e squisito suo miele, quand’era ancora sconosciuto lo zuccaro. Favole e storie accennano ai copiosissimi armenti siciliani ed ai formaggi: i cavalli, massime di Agrigento, erano in gran nominanza, e in tal numero, che negli eserciti siciliani la cavalleria sommava a un decimo de’ pedoni. Inoltre v’abbondavano metalli, agate, oggetti di lusso; e Roma, già avvezza ai trionfi, stupì delle dovizie trovate nel saccheggio di Siracusa. Questa abbiamo detto di quanto popolo fosse ricca; ed altrettanto erano in proporzione Agrigento, Gela, Imera, Catania, Leontini, Lilibeo; Dionigi radunò sessantamila operaj dalle circostanze di Palermo.

LETTERATURA

Il fiore delle belle lettere in Sicilia prevenne quello di Grecia, e il dialetto dorico vi fece le migliori sue prove[229]. A Sparta ogni anno pubblicamente leggeasi il trattato della Repubblica di Dicearco da Messina[230]. Epicarmo, fiorito nel 500, è il primo o dei primi che desse forma regolare alla commedia; metteva in canzone numi ed eroi[231]; trattava quistioni politiche, svolgendole in catastrofi ben derivate, dipingendo caratteri, intarsiandovi proverbj antichi e sentenze de’ Pitagorici, formando insomma quella mistura di lepido e di profondo che oggi è tanto pregiata quanto scarsa. Sofrone inventò i mimi: Corace e Lisia furono primi ad istituire scuole di retorica, della quale fu sì pronto l’abuso: e già Polo d’Agrigento è introdotto da Platone nel Gorgia a sostenere che l’interesse personale è la misura di tutto il bene; vantare la retorica perchè permette all’oratore di appagare tutti i suoi capricci, opprimere gli avversarj, e farli esigliare ed uccidere.

TEOCRITO

La poesia pastorale fu creata in Sicilia da Stesìcoro, e più tardi perfezionata da Teócrito, il quale con bellissimi versi sembrò rinnovare l’illusione de’ giorni fortunati, quando l’isola del sole godeva la pace e la tranquilla agiatezza de’ campi. Mirabile per la testura del verso e l’ingenuità della frase, non sempre egli evita le arguzie e i giocherelli di parole, delizia dei secoli di decadenza; ma è il solo fra i bucolici che abbia saputo farsi originale coll’esser naturale, essendo i suoi veramente pastori, a differenza di quelli di Virgilio, di Gessner, di Voss, e ancor più di quelli del Guarini e del Sannazzaro, che tradiscono la finzione col mostrare per la vita loro un appassionamento, non proprio se non di chi ne provò una diversa. Pure gli idillj di Teocrito sentonsi dettati alla splendida Corte di Tolomeo, alle lodi del quale e di Berenice dirizza continuo i pastorali accordi; e mira a dare risalto alla regia pompa col contrapposto della boschereccia semplicità, ed ingrandire la meraviglia delle feste col porne la descrizione in bocca di gente grossiera e stupita. Il panegirista della ingenuità campestre non ha vergogna di mendicare, e dire a’ suoi principi:—La musa mia negletta rimane nella solitudine; incoraggiatela, e saprà presentarsi con nobile confidenza».

Men pastorali e meno ingegnosi sono gl’idillj di Bione da Smirne e di Mosco da Siracusa, somiglianti piuttosto ad elegie o a canti mitologici.