MONUMENTI IN SICILIA

Nè manca di che ammirare a Catania, sebbene molti fabbricati rimangano sepolti dalle lave; come il teatro, costruito di grandi massi senza cemento, il tempio di Cerere, e tant’altri cimelj, che tratti in luce dalla munificenza del Paternò principe di Biscari, formano uno dei più sontuosi musei. Sotterranei e sculture gigantesche si hanno pure a Lilibeo, tomba della Sibilla Cumana, poi riedificato dagli Arabi col nome di Marsala, cioè porto di Dio, e da poco tempo reso celebre per la preparazione de’ vini stabilitavi da una società inglese. Stupendo poi è a Taormina il teatro, che da una banda mostra il clivo scendente fino al mare Jonio, dall’altra la pendice che sale al fumante vertice del Mongibello: statue, colonne, vasi, che l’adornavano, caddero a pezzi od arricchirono la moderna chiesa; e le volte e le nicchie artifiziosamente disposte per moltiplicare la voce degli attori, non ripetono più che il grido d’ammirazione degli stranieri e il gemito de’ paesani.

—Popolo ascolta i miei canti e il suon della lira sposato alla voce. Io celebro Agrigento, delizia di Venere, e la bella sua campagna. Le Grazie, seguendo le orme della dea, danzano per queste valli; e spesso sulle sfere stellate la lode delle sue piaggie risuona sulle labbra d’Apollo». Così cantava Pindaro; ma Agrigento, che servì poi di piazza d’arme ai Cartaginesi nella guerra contro i Romani, e fu presa da questi, or si trova ridotta al piccolo Girgenti, sparso però di resti d’antica magnificenza, e tombe d’uomini, di cani, di cavalli per ogni via. Qual magnifico prospetto non dovea presentare, a chi venisse d’Africa, quel porto, incoronato di superbe costruzioni e di tempj a ciascun dio, fabbricati dai prigionieri cartaginesi! Alcuno ancor ne sussiste, e i principali furono dai moderni, non con bastante ragione, intitolati a Giunone Lacinia e alla Concordia. Il primo ha un portico di trentaquattro colonne doriche; l’altro pur dorico bene sviluppato e colto, è il più bel monumento della Sicilia, malgrado la pesante trabeazione e ricorda il Partenone d’Atene. Quello d’Ercole perì: a quello di Giove Olimpico lavoravasi ancora quando i Cartaginesi presero la città, sicchè rimase imperfetto; di proporzioni gravi, come tutti gli edifizj dell’isola, e non senza qualche pesantezza e rusticità di dettagli, per ardimento di costruttura e grandiosità di proporzioni era posto a pari col celebre di Diana in Efeso; le colonne doriche si alzano venti metri sopra quattro di diametro, talchè nelle canalature un uomo può riporsi come in una nicchia. Rimase coperto fra i rottami sino ai giorni nostri, quando i frantumi revocati alla luce, e i colossi di rigidezza primitiva, che sopportavano il coperto dell’ipetro, mostrarono quante cose nostre rimangano a scoprire, quante antiche grandezze a interrogare. Un solo pezzo d’architrave è lungo otto metri; e Denon, che pur aveva studiato l’Egitto, restava attonito davanti a quelle masse che pareano fatture di giganti, e ogni colonna una torre, ogni capitello una rupe.

CAPITOLO XI.

I Romani nella Magna Grecia.—I Venturieri.—Pirro.

In quei secoli, a capo del mondo civile stavano i Greci, popolo dell’umanità, il quale, invece di vivere isolato, disutile agli altri, vivificò e fecondò i germi della verità trasmessigli dall’Oriente, in modo che fruttificassero a tutto l’uman genere; e prima cogli Omeri cantò le tradizioni nazionali, poi si diede ad esercitare il pensiero onde scoprire e coordinare le verità; e ciò per merito della libertà, dalla quale tra i Greci furono vivificate la storia, la poesia, le arti, le istituzioni, la religione. E appunto per l’indipendenza anco in fatto di religione, invece di limitarsi a commenti e sviluppi di un tesoro sacro, si volsero essi senza ritegno a indagar Dio, la natura, l’anima, producendo così la filosofia, dalla quale, dopo finita la guerra persiana e assicurata l’unità nazionale, nacquero una morale e una politica, con idee più generali di diritto, di franchigie, di dignità umana. Possedendo eminentemente il gusto del bello ordinato e il sentimento del progresso e della libertà, divennero modello eterno e insuperabile nelle belle arti; mentre le loro repubbliche svolgevano la vita pubblica nelle forme più varie, riducevano a scienza la logica, la morale e le matematiche, posavano e in parte scioglievano i problemi, intorno a cui s’affaticano anc’oggi statisti e metafisici; e insieme correano i mari e le terre trafficando, e popolavano di loro colonie l’Asia e l’Italia meridionale.

ALESSANDRO MAGNO

A tanti vantaggi recavano scapito le incessanti gare tra vicini, le trame degli ambiziosi, l’irrequietudine dei demagoghi, e fuori i re di Persia, i quali, aspirando ad allargare la dominazione assoluta, connaturata ai vasti imperi asiatici, di mal animo comportavano queste repubbliche confinanti. La lotta contro di quelli costituisce la parte epica della storia de’ Greci, i quali in nessun tempo poterono riposarsi dal combattere per reprimere i rinascenti attentati di quella potente nazione, appunto come contro gl’imperatori di Germania lottarono incessantemente le repubbliche italiane dell’età media, che con quelle tengono tanta somiglianza per varietà d’istituzioni, per origine, fiore, coltura, brighe, infortunj.

ALESSANDRO MAGNO E I ROMANI

Indebolendosi la Grecia nelle fraterne discordie, venne ad ottenervi prevalenza la Macedonia, paese guerresco e realista, che paragonarono al Piemonte nell’Italia moderna; ed Alessandro, re di quella, riuscì a farsi dichiarare capo della Grecia tutta, per condurla ad abbattere la Persia. 336 L’animoso giovane, spinto da ambizione tutt’altro che vulgare, con una serie di imprese, per cui la posterità lo intitola Magno, e la Bibbia dice che la terra ammutolì nel cospetto di lui, oltre la Persia, sottomise l’Egitto e l’Alta Asia, invase l’India, e non pago al deplorabile uffizio dei conquistatori di uccidere, desolare, spegnere nazionalità, dappertutto piantava città, opportunissime al commercio, donde ben presto colonie greche e dinastie nuove diffusero la civiltà e la scienza. In Babilonia il vincitore di Persia riceveva omaggio da Cartaginesi, Iberi, Celti, Etiopi, Sciti; così largamente si era diffuso il suo nome: ed Arriano, suo storico, ne assicura che vennero pure ad inchinarlo Lucani, Bruzj, Tirreni. Chi sa che sotto il nome di Tirreni non fossero indicati i Romani dagli storici donde Arriano attinse? Certamente Clitarco, che scriveva poco dopo morto l’eroe, dice che i Romani spedirono ambasciata ad Alessandro; e Plinio lo cita senz’ombra di dubbio[241]. Mal dunque Tito Livio asserisce che fino il nome di Alessandro restò ignoto ai Romani. Ignoto dovea dire alle romane storie, isolate sempre come le cronache, e dove de’ popoli non si fa cenno se non quando si scontrano coll’armi alla mano. Del resto il nome e le imprese del Magno dovettero dar materia, non solo alle ciarle dei curiosi, ma alle apprensioni degli uomini di Stato in tutta l’Italia; sulla quale poteva benissimo voltare l’esercito vincitore dell’Oriente. In tal caso qual esito avrebbe avuto la guerra? Tito Livio posa a se stesso tale quistione; e l’orgoglio patriotico che spira da ogni sua linea, si manifesta singolarmente in quel passo, uno dei pochissimi ov’egli porti lo sguardo fuori del recinto di Roma sua: ma quanto inesatto giudice si mostra!