Il problema è insolubile, come tutti quelli a cui il tempo o la fortuna mescolano elementi, irreperibili dall’umana previsione. Chi sa se Alessandro qui sarebbesi accontentato d’una supremazia pari a quella che esercitava in Grecia, e se Romani e Sanniti vi si sarebbero rassegnati? Presto è detto che altro era il vincere le turbe di Dario, altro gli eroi del Lazio; ma è falso che Alessandro abbia avuto a fare soltanto con gente vinta dalla mollezza prima che dalle armi. Nè soli i trentamila suoi Macedoni avrebb’egli trasportato in Italia, ma quanti falangiti avesse voluto comprare coi tesori dell’Asia, ma i migliori guerrieri di ventura, ma i prodi d’Africa e di Spagna, ma generali formati sotto di lui in diuturne guerre, di cui l’esito non fu sempre dovuto alla fortuna. E fosse pure venuto coi soli Macedoni, dovea Livio ricordarsi che uno de’ suoi successori, Pirro, con tanto meno forze e tanta meno reputazione condusse fino all’orlo del precipizio la futura metropoli del mondo.

AVVENTURIERI

323 Se non che l’eroe macedone, nel fior di sua vita e nel mezzo de’ trionfi moriva, e subito il vasto dominio di lui era spartito fra’ suoi generali, tutti ambiziosi del nome di re d’Egitto, re di Siria, re del Ponto, re della Battriana, della Comagéne; e che a vicenda osteggiandosi, propagarono l’anelito guerresco, empirono di battaglie la Grecia, l’Egitto, l’Asia Alta e la Minore, e formarono una turba di capitani e combattenti di ventura, i quali, simili ai condottieri del nostro medioevo, non d’altro erano vogliosi che d’esercitare il mercenario valore, e di procacciarsi fortuna in ambiziosi cimenti.

La scossa ne fu sentita anche in Italia. Domi i Sanniti, suoi più ostinati nemici, Roma si trovava a fronte la Magna Grecia e la Sicilia. Le colonie, che quivi abbiam veduto fiorentissime, andavano in dechino dopo le guerre coi Lucani e con Dionigi il Vecchio; Posidonia avea coloni stranieri; le altre pure s’erano dovute rifare con gente avveniticcia; e decimate di popolo e di forze, si limitavano al ricinto delle loro mura. Sembra sciagura fatale ai popoli infelici il volgere il dente contro le proprie carni; e la dissensione civile da sbrigliata democrazia le trabalzava a tirannide atroce. Dedicatisi al commercio e snervati nelle lautezze, affidavano volentieri la difesa a soldati mercenarj, i quali diventavano un mezzo di signoreggiare, in mano di chiunque avesse denaro onde comprarli. Divenne dunque mestiere il combattere; gli eserciti non si componevano più, come ne’ bei giorni della libera Grecia, di cittadini, armati per difendere la patria e sostenere una causa od una opinione professata; bensì di mercenarj[242], o compri fra gli stranieri, massime Galli, o fra quelli che, inveterati nelle passate guerre al sangue e alle prepotenze, vendevano il valore a chi promettesse maggior soldo e maggior saccheggio; o che, nella rovina della patria non avendo salvato che il braccio, aggregavansi coi soldati ancora lordi del sangue de’ proprj compaesani per passare dagli oppressi nel numero degli oppressori, senz’altra causa che il denaro, altra fede che una promessa venale degli oppressori. Gli Stati pertanto rimanevano in balìa de’ capi militari, e dell’esito delle battaglie: la scienza delle finanze si ridusse a trovar maniere da procurarsi denaro, col quale aver soldati. E fu pel costoro appoggio che Agatocle si eresse tiranno di Siracusa (pag. 249); poi alcuni Campani, desiderosi di prendere stanza e dominio, occuparono Messina, altri invasero Reggio, e riuscivano tremendi ai Cartaginesi, ai Romani, viepiù ai natii.

TARANTO

Fra le repubbliche della Magna Grecia, Taranto primeggiava di marina e d’industria; e mentre le città d’origine jonica aveano a lottare coi tiranni di Siracusa, ella come dorica vivea daccordo con questi. Ma le davano molestia i Bruzj, popolazione mista, che senza discernere Dori da Achei, cavalcava sopra i vicini, e spingeva i Lucani sul territorio di Taranto. Forse per gelosia dei concittadini, come Venezia, questa repubblica non teneva altro esercito che di soldati estranei, e conduceva a suo servizio perfino principi, come Archídamo II re di Sparta, 355 figlio d’Agesilao, che al loro soldo perì co’ suoi combattendo i Lucani; come Cleónimo, figlio di Cleoméne II, pur re di Sparta. 223 Costui menò loro cinquemila mercenarj, n’aggiunse altri comprati dai Tarantini, ma non fece impresa degna del valore spartano, e abbandonatosi al lusso e alla mollezza, cercava ridurre in servitù quei che s’erano commessi alla sua fede, cianciava di voler fiaccare i tiranni di Sicilia, e intanto rubava, devastava: sicchè i Barbari confinanti diedero addosso a lui e alle sue navi, che a stento egli menò a Corcira a farvi altrettanto mal governo. Cacciato di qui pure, tornò ai Tarantini, ma respinto da essi, vôlto il capo di Brindisi, e spinto da fortuna nell’Adriatico, temendo di giungere fra gl’inospiti Illirj e Liburni, s’accostò alla Venezia; e preso terra fra i Padovani, ne incendiò una borgata, portando via uomini e armenti. I Padovani accorsero, e dispersero quei predoni, di modo che sol piccola parte della flotta potè campare. Tito Livio è il solo che racconti questo fatto, ma egli era padovano, e dice che fin a’ suoi tempi si vedevano per memoria i rostri delle navi prese in un tempio antico di Giunone a Padova, e si faceva un’annua solennità navale sul Medoaco[243].

ALESSANDRO IL MOLOSSO

Anche Alessandro il Molosso re d’Epiro, zio d’Alessandro Magno, desideroso d’emulare le imprese di questo, e crearsi un regno proprio, venne al soldo de’ Tarantini, ruppe Lucani e Sanniti, 349 ma avendo mal dissimulato l’ambizione, i Tarantini ne presero ombra e lo cacciarono. Anelando a vendetta, per tribolarli colla guerra, egli esibì la propria alleanza ai Romani, che l’accettarono. Alleanza disonorevole, perchè non suggerita da pericolo proprio, e fatta con un ambizioso vendicativo contro chi difendeva la patria indipendenza. Egli perì in quella spedizione; e tra Roma e i Tarantini ne rimasero cattivi umori, scoppiati allorchè questi mossero lamenti perchè i Romani avessero violato un’antica convenzione, navigando oltre il capo di Giunone Lacinia, e staggirono le loro navi. Ambasciadori romani vennero a richiamarsene, e il popolaccio inviperito contro quella gente, li ricevette a oltraggio, e ne insozzò le toghe.—Queste macchie saranno terse col sangue», 281 esclama l’ambasciadore, e se ne toglie pretesto di dichiarare la guerra; e i Tarantini, secondo l’usato, cercano un capitano fra quei tanti che s’erano sbranato il manto d’Alessandro Magno.

PIRRO

Come gli Sforza e gli Uguccioni fra le repubbliche italiane, così fra que’ tumulti era ingrandito Pirro, eroe romanzesco, che diceasi discendere da Achille e da Ercole, 295 e che non senza difficoltà e miracoli succedette al padre Eacide nel regno dell’Epiro, cantone montuoso della Grecia rimpetto al golfo di Taranto, che ora è la bellicosa Albania. Venuto su fra pericoli e sollevazioni, combattè in compagnia ora de’ Seleucidi di Siria, ora de’ Demetrj di Grecia, ora de’ Tolomei d’Egitto, successori di Alessandro Magno; tentò impadronirsi della Macedonia, regno originario di questo; e se non molestasse qualcuno, o da qualcuno non fosse molestato, credeva non saprebbe come ingannare il tempo (Plutarco). Con tal umore si può sommovere ma non fondare; e in fatto se parve un istante in procinto di restaurare lo sfasciato regno macedone, e fors’anche raccorre a sforzi magnanimi la Grecia declinante, non tardò a perdere il frutto delle sue vittorie. Ridotto di nuovo al patrio Epiro, struggevasi però sempre di emulare Alessandro e Agatocle, di cui aveva sposato una figlia; e poichè a nulla era approdato in Grecia, ruminava un bel regno nella bassa Italia e sulle coste d’Africa.