O fosse colonia spontaneamente partita, o fosse la vinta fazione di re Sicheo, che colla costui vedova Didone o Elisa cercasse scampo e patria altrove, uno sciame di Fenicj fabbricò Cartagine, 869 nel golfo africano che, rimpetto alla Sicilia, è formato dallo sporgere dei capi Bon e Zibib, sopra una penisola fra Tunisi e Utica, il cui istmo si dilata men di quattro miglia. La città crebbe, e divenne l’unico Stato libero che si alzasse mai sulle coste d’Africa, la prima repubblica conquistatrice insieme e trafficante di cui rimanga storia, e che per molti secoli sciolse il difficile problema d’arricchire senza perdere la libertà. Dica pure Strabone che settecentomila abitanti vi furono assediati da Scipione; Cartagine non potè mai contarne meglio di ducencinquantamila. Il quartiere di Megara era tutto a giardini, broli, canali; a sopracapo sorgeva la fortezza di Birsa; il porto militare, scavato a mano e capace di ducento navi da guerra, aveva in mezzo l’isola di Coton, e comunicava col porto mercantile, la cui entrata chiudevasi con catene di ferro.

CARTAGINE E SUE COLONIE

Se d’un popolo ci è rivelata l’indole dalla religione, quella de’ Cartaginesi era avara e melanconica fino alla crudeltà; cupe immagini la vestivano; astinenze, volontarie torture, congreghe notturne al bujo, superstizioni dissolute ed inumane. Sotto gli occhi della dea Astarte si prostituivano le fanciulle, e il prezzo vituperevole si accumulava come dote. Melcart, l’Ercole loro, ispirolli a grandi imprese: ma la luce di lui era contaminata da sacrifizj umani, rinnovati a tempi fissi; poi nelle maggiori necessità gli si offrivano gli oggetti più cari. Quando Agatocle li vinse, i Cartaginesi si credettero puniti perchè da alcun tempo scarseggiavano nell’inviare offerte ai tempj in Fenicia, onde a profusione ne spedirono, fin a togliere dai proprj santuarj i tabernacoli d’oro: poi temendo ancora che il dio avesse preso corruccio perchè, invece di fanciulli bennati, gliene immolavano talora di compri, ne sacrificarono ducento delle prime famiglie; e trecento uomini sottoposti a processo, offrironsi spontanei a morire sugli altari. Desolati dalla peste mentre assediavano Agrigento, gettarono molti uomini in mare per calmar Nettuno. Annibale guerreggiava in Italia quando gli si annunziò che suo figlio era designato per l’annuale olocausto; ed egli:—Io preparo agli Dei sacrifizj che saranno più accetti». Invano Dario re di Persia e Gelone di Siracusa posero per patto di pace che i Cartaginesi cessassero d’insanguinare gli altari; la superstizione prevalse, sopravvisse persino alla perdita della gloria e dell’indipendenza.

Qual meraviglia se troviamo i Cartaginesi duri, servili, egoisti, cupidi, inesorabili, senza fede? Alle emozioni generose pareano renderli inaccessi il culto, l’aristocrazia mercantile, l’avidità del guadagno: pure ricordiamoci che la storia loro non ci è narrata che da’ loro nemici. Non è del nostro tema studiarne gl’istituti, nè descrivere il commercio che Cartagine menava estesissimo coll’interno dell’Africa e colle estremità dell’Europa. Assoggettò i barbari abitanti di quella costa, fissandoli in colonie lungo il littorale; e per assicurarsi i viveri, ne teneva di agricole nella Zeugitana e nella Bisacena, ove le derrate europee prosperarono colle africane; sul lembo della Numidia e della Mauritania suoi banchi fortificati a vantaggio di essa trafficavano cogl’indigeni, ed assicuravano la via di terra fino alle colonne d’Ercole, e uno schermo alle navi nel pericoloso tragitto dall’Africa in Spagna. Queste colonie però erano fra loro disgregate, nè parevano accordarsi che nell’odiare la dominante; ond’essa vietava che si cingessero di mura, col che tenevasi esposta alle correrie nemiche: ad oriente poi erravano tribù indomite, simili ai moderni Beduini; ad occidente la minacciavano i poderosi regni di Numidia e Mauritania; sulla costa medesima e a mezzodì le si ergevano emule Tunisi, Aspis, Adrumeto, Ruspina, la piccola Lepti e Tapso, oltre Utica che si conservò sempre indipendente.

Qui consisteva la debolezza di Cartagine: sua forza e suo vanto erano le colonie, piantate ne’ più comodi e più lontani paesi. E prima nel Mediterraneo assoggettò le Baleari, che la fornivano di vino, olio, lana, muli; a Gozzo, a Cherchinesso, a Malta battevano per essa telaj di lino; tutte poi le erano scali al commercio, e rinfresco ai vascelli. In Sardegna fondò Cagliari e Sulci; e perchè ne traeva grani in abbondanza, metalli, pietre fine, la considerava in grado non inferiore all’Africa. Quando i Focesi, insofferenti del giogo persiano, occuparono la Corsica fondandovi Aleria, Cartagine ne li snidò, gelosa di negozianti sì attivi. Pare che anche fuor dello stretto di Gibilterra occupasse nel Grande oceano le Canarie e Madera. In terraferma pose altre colonie; e Annone fu spedito a fondarne una serie lungo la marina occidentale d’Africa dove ora sorgono Fez e Marocco; Imilcone un’altra sul lembo occidentale d’Europa, e forse sino nel Giutland. Dalla Gallia li tennero lontani i Focesi di Marsiglia; ma la Liguria li provvedeva d’eccellenti marinaj: nella Spagna rinnovarono le colonie fenicie dell’Andalusia e di Gade, e vi scavarono miniere a gran vantaggio.

Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.

MAGONE

Dal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle ricche e indipendenti colonie greche: 480 quando poi Amilcare di Magone fu sbaragliato da Gelone re di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono 410 Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza, l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.

FORZE E CONQUISTE

Fra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte. La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano, un gallo, mettevano in bilancio il costo di un esercito col frutto che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’ paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare; e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali, trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul sentimento dell’importanza individuale.