Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi, potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj 509 conchiuse un trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea, Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza, nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero. 348 In un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani; entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in Sardegna; potranno però vendere e comprare nelle terre cartaginesi al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.
I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.
RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMA
Niuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi, giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina, cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli più tardi. In fatto quando Pirro invase la Sicilia, 278 Roma e Cartagine stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso dell’altra; Cartagine in caso di bisogno somministrerebbe navi, ma non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo portassero via schiavi e spoglie italiane.
PRIMA GUERRA PUNICA
Intente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini ricoverati al Peloro. 269 Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città. Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.
Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione, e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta la spedizione. Anche i Mamertini 264 già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re, comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri, pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.
263 Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini, comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi: Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare, gl’invia a metter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini, divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini, che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il disprezzo della vita dell’uomo!
Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro: in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro, e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a duelli, siccome in terraferma.
DUILLIO