Così racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima; 260 cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi, settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la Corsica e la Sardegna.

Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana, sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce), e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.

ATTILIO REGOLO

Già Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo 256 fosse costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani, che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251], Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna, e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina Tripoli, chiedeva pace, e Regolo avrebbe potuto dettarla qual Roma la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata, rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno straniero, Santippo di Sparta. 255 Costui conobbe che l’inferiorità non veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi, e ridusse prigioniero il console stesso.

Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine, ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non glieli ritolse[252]. La gelosia di quel governo di mercanti ci fa meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi di Santippo vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare: fatto è che più non se ne ragiona.

GUERRA IN SICILIA

Abbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi capitanati da Asdrubale, 251 e menò trionfo in Roma: ma poi per otto anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La maggiore sconfitta toccarono da Aderbale 249 presso Drepano quando, non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila. Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità. Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso Annibale. Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo 242 con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta assoldarono Barbari.

BATTAGLIA ALLE EGATI

Se la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il regno di Gerone, passò a dominio di questi.

In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253]. Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese, sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace. Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi sgombrino la Sicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a cedere ben presto anche la Sardegna.