PACE DELLE ISOLE EGATI

Il tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto, per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj, 230 che corseggiavano l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra, passando per la prima volta il golfo jonio; 228 e vintala, e privata di parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo dove prima non grandeggiava che Cartagine.

SPEDIZIONE IN ILLIRIA

Ormai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia se non avesse quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.

LEGIONE

La legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche. Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi, dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità: disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.

ARMI

Armi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo, corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria: la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne gli scudi ove s’erano confitti, essi gli aggredivano colle sciabole. Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi, da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione di deposito.

Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio, del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro, riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.

DISCIPLINA