Rigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo! ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta. Lo spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio, eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù, armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa, governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato, talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere. Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al capo rendeva questo onnipossente.
Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni, qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi, coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.
NUOVE INVASIONI DEI GALLI
Ed ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti dal Campidoglio, eransi tenuti ventitre anni sulla sinistra del Po; poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie. Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni, quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina, 299 chiedendo terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria, la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli, quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e ripassarono l’Appennino.
Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi Sanniti che dicemmo (pag. 201), 296 spedirono ambasciadori a Sinigaglia e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza, ma soccombettero al valore di Fabio e Decio. 295 Poco stante, Roma spedì Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni, uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse. 283 Druso portò a Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e a Seno-gallia venne stabilita una colonia.
I GALLI
Fu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due una di orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino, altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di popolo.
Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi; finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.
238 A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che formavano la lega di Gesda ( Gesatæ ); 226 e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando di non scingere le spade che in Campidoglio.
Roma sbigottì del tumulto gallico, e già prevedea nuovi Brenni e nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del Campidoglio, tre lune apparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue: onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava salvarsi da feroci predoni.