FORZE DI ROMA

Qui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome in caso di tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo sterminato numero degli schiavi.

I GALLI

223 I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti prigionieri.

L’INSUBRIA VINTA

I nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda, 224 favoriti dai Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai tempj gli immobili, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa. Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello, 222 che prese Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po piantò le colonie di Piacenza e Cremona; 221 e vantava:—Noi abbiamo domi gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».

Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato fin i terreni circostanti alla capitale.

CAPITOLO XIII.

Seconda guerra punica. Annibale. Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.

Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza. Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace, si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie, ma con eguale prepotenza chiesero i soldi. 238 Cartagine, pretestando il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano; dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila mercenarj, e stringono d’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti, ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace, torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.