ANNIBALE IN ITALIA
Tanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio, probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po. All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi un passo sanguinoso fra i Taurini.
Roma avea destinato un esercito per l’Africa, uno per la Spagna, il terzo per la Gallia. Quest’ultimo andò sconfitto; il secondo col console Cornelio Scipione molestò alle spalle Annibale, ma vedendolo scalar le Alpi, accorse a difesa, mentre l’inatteso suo arrivo fece trattenere in Italia l’esercito destinato all’Africa. Scipione, che aspettava Annibale pel più facile varco dell’alpi Marittime, se lo trovò improvvisamente sulla propria linea di operazione, e voltato fronte, lo pettoreggiò al Ticino; ma inferiore di cavalleria, rimase colla peggio. Sempronio Longo console, richiamato in diligenza dalla Sicilia, oppose alla Trebbia circa quarantamila uomini agl’invasori; ed anch’egli fu vinto, e costretto abbandonare le posizioni sul Po. Molti dei Galli, arrolati dai Romani, disertavano ad Annibale dacchè lo vedeano sorriso dalla fortuna: ond’egli novantamila guerrieri spiegava sulla valle del Po, in pianure opportunissime all’ottima cavalleria numida.
Pure non avea troppo onde rallegrarsi. I Galli, dopo che si furono disfatti delle colonie, di mal occhio vedeano messo a contribuzione il paese e a repentaglio la propria indipendenza per favorire codesti stranieri. Gli altri mercenarj ond’era composto l’esercito, ragunaticci indocili nella quiete, burbanzosi nella vittoria, volevano imporre al capitano l’ora e il luogo della battaglia, della marcia: frenati con man di ferro, tramavano contro Annibale, il quale, per eluderli, era costretto mutare ogni tratto di vestimento. Però appena il consentì la stagione andata nevosissima, egli muove alla volta di Rimini, 217 e per la valle del Ronco o quella del Savio piega sull’Appennino, e verso Arezzo per la via men frequentata delle maremme dell’Arno e del Clani, ove in marcia disastrosissima perdè fin sette elefanti[261] e assai uomini e cavalli; tra il monte di Cortona e il lago Trasimeno sconfisse di nuovo i nemici, uccidendo il console Flaminio Nepote; e l’Etruria, quasi risorgesse a libertà, illuminò tutte le alture con bellissimo tripudio, che i loro discendenti continuano a celebrare annualmente ne’ dintorni di Cortona. Perocchè è natura dei vulghi il salutare come liberatore ogni nemico de’ loro padroni; e le popolazioni che Roma aveva assoggettate, e di cui offendeva il patriotismo colle colonie e co’ magistrati suoi, davan mano ad Annibale, e dall’Alpi al Peloro ridestavasi il grido dell’indipendenza.
FABIO MASSIMO
Roma, vistasi in tal frangente, e sconfitti i due consoli, elegge dittatore Fabio Massimo Verrucoso, il caporione de’ nobili, che preso per ajutante Minucio Rufo plebeo, decreta devozioni, una primavera sacra, giuochi solenni, e insieme munisce la città, taglia i ponti, accortosi che occorreva di proteggere non più tutta Italia, ma la capitale; propone però di lasciar consumare Annibale anzichè combatterlo, ed ha il coraggio di temporeggiare, affrontar la ciarla degli eroi da parole che lo abbajavano inetto, codardo, tentennone, e fin traditore; e senza mai lasciarsi tirare a battaglia, soffre che Annibale sotto gli occhi di lui passi nell’Italia meridionale e nell’Umbria fino a Spoleto, e devasti le vitifere campagne di Falerno, di Massico, di Sinuessa, fra l’abbondanza instaurando i suoi de’ sofferti disagi.
CANNE. CAPUA
Sceglieva dunque per nuova base d’operazione il mare d’Apulia, donde potrebbe ricevere sussidj da Cartagine: base infelice però è il mare a chi non abbia una fortezza, o amiche le popolazioni, e una flotta robusta. Quest’errore aveva conosciuto Fabio; e il titolo di temporeggiatore ( cunctator ), affissogli per ischerno, restò come sua gloria allorchè l’esito chiarì quanta nell’indugio fosse prudenza. Perocchè Annibale, consunti i viveri e i foraggi, serrato nell’Italia meridionale senza comunicazioni colla Spagna, staccato dai Galli, non vedendo le città e i popoli muoversi a secondarlo, già era costretto a meditare una ritirata nella Gallia: quando, avendo Fabio dopo i sei mesi deposto la dittatura, il console Terenzio Varrone, 216 levatosi in fiducia, e mal resistendo al desiderio di popolarità, antepose le grida vulgari ai consigli di esso Fabio e del collega Paolo Emilio, e presentò battaglia a Canne sull’Ofanto. Ne esultò Annibale, e squadronò i suoi Africani, coperti d’armi acquistate alla Trebbia e al Trasimeno; i Galli ignudi dall’umbilico in su, con lunghe e ottuse spade; gl’Ispani colle sciabole puntute e vestiti di bianco. Accanita battaglia si mescolò; e riuscì disastrosissima pei Romani, di cui forse quarantamila perirono; diecimila prigionieri; tre moggia e mezzo d’anelli, distintivo dei cavalieri uccisi, furono da Annibale inviati a Cartagine; e Paolo Emilio, prodigando sul campo la grand’anima, mandava dire a Roma, si fortificasse prima che le giungesse addosso il vincitore. Questi in fatto s’inoltrò fino a sventolare il punico vessillo in vista della città nemica; ma poi scostandosene, accettò in dedizione molti popoli della Lucania e dell’Apulia, e singolarmente Capua. 215 In questa ricca e splendida città sul Vulturno, emula di Cartagine e di Corinto, e non seconda che a Roma nella penisola, egli piantò il quartier generale, in luogo munito, e opportuno a guidare l’Italia meridionale sollevata.
DIFFICOLTÀ DI ANNIBALE
Qui tutti fanno eco a quel motto di Maarbale luogotenente d’Annibale,—Tu sai vincere, non usare della vittoria». Ma se si riflette che tredici anni ancora egli si sostenne in Italia, mal si crederà che l’ozio molle indisciplinato e le vaghe donne e i generosi vini fiaccassero il suo esercito. Del resto, poichè la guerra non si fa con parole, con quali mezzi poteva egli spingerla alla risoluzione? In tante battaglie avea consumato il fiore de’ suoi veterani: disgiunto com’era dalla propria base nel settentrione dell’Italia, non rimanevagli modo di rifare gli eserciti colle cerne della bellicosa Gallia; avea perduto la più parte de’ cavalli, così preziosi per gli Africani e in generale pei soldati mercenarj che, privi di patria e di famiglia, pongono il cuore in quest’unico lor possesso e scampo. Annibale avea fatto stima che Roma fosse odiosa alle colonie quanto Cartagine, ma il fatto ormai lo convinceva altrimenti. Molte delle piccole popolazioni si erano avvezze a considerare i Romani come capi; da loro avevano avuto riparo nella recente irruzione dei Galli; da loro vedevansi provvedute di strade, canali, ponti; difese le coste; protetto il commercio contro Illirici e Cartaginesi; in ricambio domandando solo uomini, tributo men sentito che quello dell’oro. L’indipendenza tumultuosa degli Staterelli disgregati avea stancato i più; e se le plebi la rimpiangeano, dappertutto i nobili si erano attaccati alla fortuna dei Romani, che d’altra parte acquistavano benemerenza e parentele ne’ varj comuni; Appio Claudio diede una figlia a un Campano; Livio sposò quella d’un senatore di Capua; Curio scavò a Reate un canale per isfogo del lago Velino. Ecco perchè degl’Italiani gran parte rimasero in fede: quelli che voltavansi contro Roma perchè stanchi di riempirne le file, ben presto si indignavano di dover dare e roba e uomini al Cartaginese, il quale, attento ad occupar le città, massime quelle a mare, trovavasi spesso respinto, o dovea vincerle a gran costo d’uomini e di tempo.