CONTEGNO SUO E DE’ ROMANI

Restavagli di chiedere soccorsi da Cartagine; ma questa n’era dissuasa da Annone, capo della parte contraria ai Barca.—Che bisogno ne ha fra tante vittorie ch’e’ ci ricanta? Non ha egli ucciso ducentomila Romani, fattone prigioni cinquantamila, assoggettato Apuli, Bruzj, Lucani, Campani?» Nè la sola costui gelosia tratteneva il prudente senato cartaginese dall’ajutare Annibale, ma anche il sentire come divenisse pericoloso alla patria cotesto generale, che per proprio conto aveva guerreggiato nella Spagna, ed ora nell’Italia. Conoscendo però di quanto momento alla sua gloria ed a’ suoi possessi fosse quell’impresa, deliberò sostenerlo: ma ad Annibale non bisognavano nuove cerne, bensì un esercito già agguerrito nella Spagna. Di fatto, lasciate le reclute d’Africa a tener fronte ai Romani nella penisola, Asdrubale fratello di lui si mosse co’ veterani: ma gli Scipioni che vi capitanavano i Romani, gli attraversarono la via; 212 impedirono anche Magone, venutovi colle truppe fresche d’Africa; e le vittorie d’Ibera, d’Illiturgi, di Munda salvarono l’Italia da una nuova invasione.

I Romani dalla sconfitta di Canne rimasero sgomentati per modo, che aveano proposto perfino d’abbandonare la patria inauspicata; e un pugno di garzoni nobili già dava lo sciagurato esempio di trasportarsi altrove, se il giovane Publio Cornelio Scipione non fosse riuscito a stornarli. Fabio (racconta Plutarco) spiegando tutta la maestà dittatoria, di cui era novamente rivestito, preceduto da ventiquattro littori, uscì incontro al console Varrone, ringraziandolo non avesse disperato della patria; ma gli ordinò deponesse le insegne di sua dignità, mentre invece faceva mettere agli Dei pomposissimi addobbi, quasi a mostrare che la sconfitta era dovuta al generale e al suo sprezzo per la divinità, non a codardia delle truppe; e che il popolo dovea non ispaventarsi del nemico, ma placare i numi sdegnati. Allora si ricorse ai libri Sibillini, e conforme a quelli prepararono il letto e la mensa agli Dei; si votò una primavera sacra[262]; si rinnovarono tutte le superstizioni etrusche; si sepellirono vivi nel fôro due Greci e due Galli; e così due Vestali violatrici dei voti, e il loro seduttore fu ucciso a vergate dal pontefice massimo.

PERSEVERANZA DEI ROMANI

Se a questi segni di sgomento si consolava, Annibale dovette sconfortarsi allorchè intese come quelli ch’eransi salvi colla fuga, furono mandati a servire senza soldo in Sicilia, fintanto che Annibale stesse in Italia: all’ambasciadore spedito a trattar di pace e del riscatto de’ prigionieri, udì rispondere non saper Roma che farne di gente che si era lasciata prender viva; entro la notte uscisse dal territorio romano. E messosi all’incanto il terreno sul quale era piantato il campo cartaginese, fra i compratori sorse gara, come se piede nemico non calpestasse Italia. Di fatto, nel disastro moltiplicano le forze di Roma; a gara si portano gli argenti nel pubblico tesoro; chiunque compì i diciassette anni si arruola; con armi tolte in altri tempi ai nemici, e sospese nei delubri e negli arsenali, sono forniti ottomila schiavi volontarj; Gerone II di Siracusa manda viveri e denaro; Napoli esibisce quaranta pàtere d’oro pesanti trecenventi libbre, trecento moggia di frumento, ducento di orzo, e mille frombolieri che vengono aggraditi. Levate contribuzioni gravissime in proporzione degli averi, proibito ogni lusso d’oro e di vesti, si pensò con uno spediente finanziero riparare alla mancanza di contante. I censori chiamarono al tesoro le ricchezze dei minori, delle vedove, delle non maritate, che stavano deposte in mano de’ tutori, ai quali si rilasciavano dei boni sui pubblici banchieri[263]. Questi viglietti del tesoro giravano sotto la fede pubblica; con essi si fecero gli appalti e i mercati, avendo i fornitori dichiarato non chiederebbero il rimborso che a guerra finita. In tal modo rifluì il danaro, si munirono di navi le coste, si coscrissero da ducentomila uomini, e la somma delle cose fu affidata ancora al valore di Claudio Marcello vincitore dei Galli, e all’animosa prudenza di Fabio Massimo, chiamati l’uno spada, l’altro scudo di Roma.

Annibale non infingardiva a Capua, anzi rattizzava contro Roma le ire degli Italioti non solo, ma dei Sardi, del nuovo re di Siracusa, di Filippo III re di Macedonia. Pure egli decadeva a misura che Roma alzavasi: Marcello potè vincerlo presso Nola, e così ripristinare ne’ guerrieri romani la confidenza. Filippo Macedone, venuto per danneggiare l’Italia, fu sconfitto ad Apollonia dal pretore Levino, e tosto si rimbarcò per riparare a’ guaj che in patria gli suscitava Roma, la quale spediva Marcello a punire Siracusa.

LA SICILIA RIDE A PROVA

Geronimo, sciocco e dissoluto nipote di Gerone, tiranneggiava in questa; la quale presto si redense coll’assassinarlo. 214 Ne seguirono turbolenze violente: i demagoghi aizzavano contro di Roma in nome della indipendenza; lo perchè Appio Claudio per terra, Marcello per mare l’assediarono per tre anni, Invano per difesa della patria il gran matematico Archimede adoprava l’ingegno (pag. 259); Marcello finalmente la prese, e l’abbandonò al saccheggio e al fuoco. Vi si trovarono più ricchezze che non da poi in Cartagine; e Roma si fregiò delle statue e colonne di colà trasportate. Ai Siracusani parve duro il vedersi castigati per la perfidia dei loro tiranni, e chiedeano che le spoglie almeno fossero restituite; e Manlio Torquato sostenendoli diceva:—Se resuscitasse Gerone, egli così fedele al nostro nome, che direbbe vedendo la sua città sperperata, e Roma adorna delle sue spoglie?» Il senato rispose gliene rincresceva, ma che Marcello aveva operato con buon diritto di guerra: 212 e tutta Sicilia fu ridotta all’infelice condizione di provincia.

Così le sorti d’Italia si libravano sul mare, in Ispagna, in Sicilia, in Grecia: poi Roma concentrò gran parte di sue forze contro di Capua. 211 Annibale, che intanto avea corso l’Italia ed erasi mostrato fin presso Roma, adoprò tutta sua possa per salvare i Capuani; i quali, dopo ch’ebbero perduta ogni speranza, imbandirono un voluttuoso banchetto, dove i primarj, dopo sollazzatisi, fecero circolare la tazza avvelenata che dovea sottrarli alla vendetta dei Romani, poi altri si ritirarono nelle proprie case, altri stettero insieme sbevazzando, finchè l’un dopo l’altro cadevano estinti. Capua fu trattata senza pietà, priva de’ suoi ornamenti e dei magistrati, molti venduti schiavi, confiscate le terre. Alcuni furono condotti a Roma, dove essendo scoppiato un incendio, ne fu data ad essi la colpa, e coi tormenti indotti a confessare, ebbero l’estremo supplizio.

PUBLIO CORNELIO SCIPIONE