Con ritirata stupenda Annibale, carico di bottino, erasi ridotto nella Daunia e nella Lucania, vicino allo Stretto: ma la sorte di Capua avea aggiunto a’ suoi nemici tanta baldanza, quanta ne sottraeva agli amici. Restavagli a sperare nell’esercito del fratello Asdrubale; ma questo era trattenuto dalla guerra che, altrettanto viva quantunque men rinomata, conducevasi nella Spagna dai fratelli Publio e Gneo Cornelio Scipioni. I quali, ajutati dai popoli insorti che aveano scannato fin quindicimila nemici, prosperavano di vittorie, ricuperarono Sagunto, 212 ma poi sconfitti perirono entrambi. Il caso fece tal colpo in Roma, che niuno ardiva domandare quel comando: ma Publio Cornelio Scipione, di soli ventiquattr’anni, si esibì vendicatore dello zio e del padre. Questo garzone, che doveva ottenere il soprannome d’Africano, di diciassette anni avea salvata la vita di suo padre alla battaglia del Ticino, poi dissuaso i giovani dall’abbandonar Roma dopo la rotta di Canne; rammorbidiva l’eroismo de’ patrizj antichi coll’affabilità della greca educazione; stava coi nobili, ma blandiva la plebe per giovarsene; ai devoti lasciava credere d’essere nato miracolosamente e d’aver comunicazione cogli Dei; coi dissoluti gavazzava; delle leggi, della religione, dei patti sapea valersi e ridersi secondo l’occorrenza; uno di quegli uomini, la cui popolarità e l’esempio possono divenire rovinosi alle città libere.

Egli rincorò le legioni; e dicendo che Nettuno glielo ordinasse, traverso ai nemici andò attaccare Cartagena, arsenale e granajo del nemico, 210 e vi pose ad effetto la legge che comandava ai Romani, quando entrassero in una città, di scannar tutti, uomini, animali utili e fino i cani ( Polibio ). Gli ostaggi degli Spagnuoli che vi rinvenne, rimandò con ogni cortesia, e intatte le donne; col che s’ingrazianì i natii. Non potè peraltro impedire che Asdrubale menasse un esercito in Italia con rapida marcia traverso ai Pirenei ed alle Alpi. Roma dunque stava in nuovo frangente: che se era vincitrice nell’Italia meridionale, dove avea preso anche Taranto, sentivasi però esausta da tanti sacrifizj: fin il terreno delle trentacinque tribù circostanti alla città era sperperato; l’Etruria ribolliva; molte colonie latine, logore di tanti sacrifizj, davano lo scandalo di ricusar danaro e uomini; Claudio Marcello, che a sessant’anni aveva voluto dare una nuova battaglia ad Annibale, 208 cadde sul campo. Ma altre colonie latine si professarono disposte a tutto soffrire per Roma; i senatori e i magistrati di questa offrirono quanto avevano d’oro e d’argento, e il popolo gli emulò: si chiesero rinforzi d’ogni parte, e i consoli Livio Salinatore plebeo e Claudio Nerone patrizio guidarono mirabili fazioni. Il primo teneva testa ad Asdrubale con trentacinquemila uomini; Nerone con quarantamila fronteggiava Annibale: ma non esitò di abbandonare la sua posizione per raggiungere il collega, facendo in otto giorni ducensettanta miglia; e menatigli dodicimila uomini, poterono affrontare il nemico a Sinigaglia, e raggiuntolo mentre rampicavasi per la valle del Metauro, 207 l’ebbero sconfitto ed ucciso. Nerone, che per quest’impresa merita luogo fra i migliori strategi, non si addormentò nella vittoria, ma in sei giorni ritornò sull’Ofanto a fronte de’ Cartaginesi, e il teschio ancor fresco di Asdrubale fu dai magnanimi Romulidi gittato nel campo di quel barbaro Annibale, il quale, avendo da Magone ricevuto il cadavere del vinto console Sempronio Gracco, anzichè farlo a brani, come gli si suggeriva, l’onorò di magnifiche esequie, e l’ossa mandò al campo nemico.

Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi: e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a Genova, 205 tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio Scipione.

PASSA IN AFRICA

La partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di sottomettere tutta la Spagna cartaginese fino a Cadice; colà fondò pei veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza; Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia, Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili, cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci, vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri, e sbarcò in Africa.

SOFONISBA

Fa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto: soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone, 204 la quale adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba, e la sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli, così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere, presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale», esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema, 203 meritato coll’assassinio d’una donna.

Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti. Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai bestie da soma, e di tutto fece macello[265].

ANNIBALE ESCE D’ITALIA

Queste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata, malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe giornata, 202 e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito, combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266], ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò ai Romani.