A simili voci sorge Zenone, e,—Io comandai l’esercito e fui capo della Lega, e protesto non aver nulla commesso contro gl’interessi di Roma. V’è chi osa imputarmi di questo che chiamano delitto? eccomi pronto a giustificarmene o nella dieta degli Achei o avanti al senato di Roma». Colse al volo questa parola il commissario, e soggiunse, non potevano appellarsi a tribunale più equo; indi recitando tutti quelli che Callicrate aveva denunziati, intimò andassero a Roma a scagionarsi. Erano oltre mille, fior del paese: e così con un solo colpo, quale mai non avevano osato i più sfrontati tiranni, la Lega restò privata dei suoi capi. Giunti in Italia, furono relegati in varie città, senza tampoco udirli, nè badare ai loro richiami, o alle replicate deputazioni dell’Acaja.

Callicrate, divenuto capo dell’avvilita Lega, udiva senza commoversi i gemiti de’ loro parenti che li ridomandavano, e gli urli de’ fanciulli, che, qualora uscisse in pubblico, gli gridavano dietro al traditore, al nemico della patria. 167-150 Diciassett’anni que’ deportati continuarono a sollecitare un giudizio, e udire vanti della romana equità: finalmente Catone, replicando che la questione trovavasi omai ridotta a deliberare se dovessero esser sepolti da becchini romani o da greci, ottenne fossero ascoltati, e restituiti alla patria i pochi ch’erano sopravissuti alla fame, al carnefice, al crepacuore. Sozza tirannia contro un paese indipendente qual era l’Acaja, contro persone di merito, e che la più parte aveano combattuto per Roma.

I reduci non poterono che piangere l’avvilimento cui trovarono ridotta la patria. Ma la perfidia e la crudeltà v’aveano procacciato molti nemici a Roma, i quali, in onta del partito avverso, osavano o mormorare, o protestare contro i raggiri e le concussioni; e parevano disporsi ad aperta rottura. Ve li spingeva l’esempio della Macedonia, la quale avendo poc’anzi dominato il mondo sotto Alessandro, fremeva nel trovarsi tolto fin il più sacro diritto, quel di disporre di se medesima. Alcuni ricoverati a Roma non risparmiavano preghiere, non denaro per comprarsi amici nel senato, acciocchè non fosse fatta violenza ai loro compatrioti; coltivavano Paolo Emilio finchè visse, 159 poi suo figlio Scipione Emiliano, il quale, se non fossero stati i movimenti di Spagna, sarebbe ito in Macedonia a far ragione delle querele: ma il senato, intento a raggiri politici e a profittare degli errori de’ principi, nè pensando che lo scontento dei Macedoni potesse recare a conseguenze, lasciava che i suoi uffiziali li trattassero un dì peggio che l’altro, e conferiva i primi gradi a chi più ligio.

PSEUDO-FILIPPO

152 Raccolse quei sospiri sdegnosi un tale Andrisco, persona bassissima dicono i Romani, unici narratori di questi eventi; dodici anni vissuto presso un povero, che poi gli rivelò come fosse nato da una concubina di Perseo; allora egli tentò farsi seguaci, ma non ascoltato, ricoverò presso Demetrio Sotero, ch’ebbe la viltà di consegnarlo ai Romani. Questi, non temendo del pseudo-Filippo, come e’ lo chiamarono, il lasciavano con sì mala guardia, ch’egli fuggì, e ricoveratosi nella Tracia, girò fra i signorotti, esponendo i suoi diritti, le soperchierie de’ Romani, e quanto facile sarebbe una insurrezione. Al suo appello i Traci si sollevano, egli ha Corte, esercito, alcune piazze forti; bentosto tutta Macedonia, credendo o no, ma volonterosa di turbare lo stagno, si dà a questo rampollo degli antichi suoi re, il quale, sapendo che il miglior modo di difendersi è l’assalire, invade le provincie vicine. Roma non avea eserciti in quelle parti, sapeva che Cartagine aveva mandato ambasciatori ad Andrisco per allearselo nell’imminente guerra, e potea temere che la Grecia cogliesse il destro di vendicare gli affronti; ma questa affrettò proteste e prove di divozione alla sua tiranna. Scipione Nasica, uomo affabile e giusto, servì la patria meglio che colle armi girando per le città della Lega; col render ragione de’ pianti e de’ gravami loro, le saldava nella fede; e traendo da ciascuna qualche truppe, raccozzò un esercito. Le armi romane andarono più d’una volta sconfitte; 148 sinchè Andrisco fu novamente tradito ai Romani, che ne ornarono i loro trionfi.

DECIO GIULIO SILLANO

Anche altri pretesi figliuoli di Perseo tentarono dar valore ai diritti colla forza, ma tutti furono vinti. Finalmente il pretore Cecilio Metello 147 sottomise interamente la Macedonia, e vi piantò un governo d’arbitraria severità. Singolarmente iniquo tra i governanti parve Decio Giulio Sillano, contro cui i Macedoni mandarono querela. Suo padre Tito Manlio Torquato ottiene di giudicarlo in casa, secondo l’antica consuetudine patrizia; e udite le parti, convinto il figlio, lo condanna a più non comparirgli davanti. Sillano se ne trova così disonorato, che s’appicca; e Manlio nè chiude la casa, nè veste il bruno, dichiarando non più appartenere alla sua famiglia chi avea perduto la virtù.

Si sarà levata a cielo l’equità romana, e continuata l’oppressione della Macedonia.

GRECIA RIDOTTA A PROVINCIA

Le sommosse di questa erano parse alla lega Achea un’opportunità per riscuotersi dal giogo; e poichè Sparta se n’era separata onde tenersi coi Romani, vollero ridurla a soggezione: ma essa ricorse a Roma. I commissarj romani, convocata la dieta a Corinto, esposero quanto la loro città si affliggesse del vederli straziarsi a vicenda; esserne cagione la forma loro di governo federale, ove i deputati non potendo intendersi, erano costretti venire alle armi; nella sua sapienza il senato romano s’era accorto che, meno uniti, sarebbero più felici; e però dichiarava escluse dalla Lega le città che non v’aveano partecipato sin dal principio, Corinto, Sparta, Argo, Eraclea, Orcomene. Con indegnazione fu accolta la micidiale proposta, il popolo accannito trucidò quanti Spartani colse in Corinto, e a stento gl’inviati romani poterono salvarsi. Roma, in guerra ancora con Cartagine e coi pretesi figli di Perseo, non potendo far seguire tosto la vendetta, spedì nuovi messi con moderate querele: ma le città tutte, prese da una vertigine d’eroismo e di libertà, gridavano esser più decoroso il perire combattendo che il cedere vilmente; e giunsero a far dichiarare guerra contro Roma e Sparta. Però mancava il concerto di salde volontà, onde Metello il Macedonico li vinse facilmente presso Scarfia; 147 e alcuni invocarono la clemenza del vincitore, altri s’uccidevano, chi ritiravasi vilmente, al tempo stesso che si ricusavano le proposizioni di pace. L’impresa fu terminata da Lucio Mummio console, che espugnò ed arse Corinto, la ricchissima del mondo, come centro del commercio d’Asia e d’Europa; vendette il popolo, e fece immenso bottino. I capolavori di scoltura, di pittura, di fusione, che la rendevano insigne, andarono preda d’ignoranti soldati; sopra un quadro d’Aristide, meraviglia degli intelligenti, giuocasi ai dadi; si mettono all’incanto tavole d’Apelle e statue di Fidia. Attalo re di Pergamo esibì seicentomila sesterzj d’un quadro; onde Mummio maravigliato,—Convien dire queste tele posseggano qualche magica virtù»: e toltele dall’incanto, le inviò a Roma, intimando ai portatori,—Se le guasterete, sarete condannati a rifarle».